L’anello d’oro
Di questi tempi violenti, quasi è da rivalutare la cara, vecchia, truffa di strada, in cui l’artefice s’impegna in un rapido studio psicologico e conta solo sulla propria capacità di persuasione. Una delle trovate più in voga qui in città è quella dell’anello d’oro, attuata perlopiù da donne con fisionomia orientale. Funziona così. Il passante, o più spesso la passante, lungo il marciapiede, incrocia una signora esotica che adocchia qualcosa a terra e svelta si china a raccoglierla. Si tratta di un’elegante fascia aurea, abbastanza larga da poter essere indossata, variando dito, da qualsiasi mano femminile. Subito lei la porge alla passante, esclamando: “E’ tuo! Io non posso tenerlo. Vedi? Non porto gioielli. La mia religione lo impedisce.” “Ma no, l’ha trovato lei,” si oppone l’altra “e poi chiediamo in giro, l’avrà perso qualcuno.” Nei dintorni, però, non c’è alcun punto cui fare specifico riferimento. “E’ tuo!” insiste la donna, deponendo l’anello sulla mano della passante e stringendola fra le sue. “Ti porterà fortuna: oggi è il mio compleanno.” La passante protesta ancora, ma il metallo che luccica nel suo palmo è dolce quanto lo sguardo dell’orientale. “Potresti rivenderlo,” suggerisce debolmente. “E’ tuo,” ribadisce la donna, e aggiunge: “Se lo desideri puoi farmi a tua volta un regalo, questo posso accettarlo.” Difficile allora che la passante non estragga, di buon grado, qualche biglietto da dieci. Quanti, dipende dal buon calcolo preventivo dell’artista. Quest’ultima si accomiata con l’aria di dire: “Tutto qui? Bene, grazie comunque!” Il primo gioielliere spiegherà che il grazioso anello non è d’oro, bensì di una lega senza valore. Ne ha visti parecchi in giro; ogni tanto gliene portano uno.