La fame degli altri
Benché si trattasse di un commercio criminoso, del tutto estraneo all’ufficialità, la scoperta di scorie tossiche spedite da Roma nelle mani di bambini etiopi ci si è rivelata proprio mentre, nei giorni scorsi, la Capitale ospitava il vertice mondiale della Fao sulle emergenze alimentari. Quasi fosse una precisa metafora del cinismo praticato da questo Occidente pingue e avido su popoli che ancora, e duramente, soffrono la fame. Sarebbe tuttavia un’interpretazione assai riduttiva, sia nei riguardi delle numerose istituzioni, organizzazioni non governative e onlus che profondono impegno e risorse spesso straordinari in aiuto dei paesi in difficoltà. Sia rispetto alle infinite forme di sfruttamento, legale e illegale, che la nostra società esercita su simili regioni del pianeta, prima fra tutte l’Africa subsahariana.
I beni altrui, cui si è sempre attinto con disinvoltura, non sono solo costituiti da giacimenti di diamanti e petrolio, ma anche da esseri umani. Nella stessa Addis Abeba, che fu per noi ingloriosa terra di conquista, in alternativa alla lavorazione di materiali pericolosi, l’infanzia in miseria propone quel che viene definito survival sex: a ogni effetto prostituzione, praticata da migliaia di bambini e bambine al solo scopo di sopravvivere. E’ un pensiero che, com’è ovvio, ci fa rabbrividire. Se non fosse che di quella sterminata indigenza è in parte responsabile il nostro modo di vivere, di consumare, di riporre ogni fiducia possibile nei discutibili suggerimenti dell’industria. Vedi quello, frequente, di interpretare gli aiuti legati alla cooperazione internazionale come finanziamento delle nostre attività in trasferta, anziché sostegno allo sviluppo di quelle locali. O la produzione e vendita di armi, che ottimamente favoriscono guerra e instabilità. O il nostro mercato alimentare, che per nutrire con il sistema intensivo un’abnorme quantità di animali a esclusivo utilizzo del Nord ricco del globo (nel Dopoguerra un italiano mangiava 18 chili di carne l’anno, oggi più di 85) impiega montagne di cereali e granaglie sufficienti in sé a sfamare l’intero cosiddetto terzo mondo.
Lo trovo agghiacciante.
Come trovo agghiacciante che ad oggi abbiamo ancora:
- una tubatura lunga circa 4 km, che parte dal Centro Enea della Trisaia di Rotondella (MT) e sbuca nel mar Jonio, giudicata contaminata da liquido radioattivo dalla magistratura di Matera, a seguito di un incidente verificatosi a marzo del 1993
-3 tonnellate di rifiuti liquidi radioattivi giacenti in due cisterne presso il Centro della Trisaia di Rotondella – NON ANCORA SOLIDIFICATI- e conservati in cisterne che, avendo una durata ventennale, sono scadute, tanto che il 14 aprile del 1994 una si è bucata lasciando fuoriuscire liquido radioattivo;
-20 tonnellate di rifiuti liquidi radioattivi – NON ANCORA SOLIDIFICATI- giacenti presso il Centro Eurex di Saluggia, conservati in cisterne anch’esse scadute;
-64 barre radioattive conservate presso la piscina di stoccaggio del Centro Enea della Trisaia di Rotondella, portate in Lucania negli anni ’60, che gli Usa hanno parcheggiato sul nostro territorio nazionale;
A questo proposito fece qualche anno fa uno spettacolo molto interessante Ulderico Pesce. Si intitolava “Storie di scorie”
A parte lo spettacolo di Pesce, immagino siano state esercitate pressioni sulle autorità: senza alcun esito? Chi se ne sta occupando, al momento?
Buongiorno,
scusami se rispondo con ritardo…
Sembra incredibile, ma non se ne sta occupando nessuno. Almeno che io sappia.
Pesce, prima, durante e dopo e il suo spattacolo raccoglieva firme proprio a questo scopo… credo però che la cosa si sia chiusa nel più totale silenzio
Forse allora dovremmo recuperare Pesce e capire se è mai riuscito a ottenere qualcosa. E vedere se attraverso la stampa riusciamo a riportare un po’ di attenzione sulla questione. Ma in loco nessuno protesta? Non esisterà forse un comitato o qualcosa del genere?