E’ il finire degli anni 70 e Camilla, secondogenita del grande ambientalista e giornalista Antonio Cederna, con disapprovazione del padre frequenta femministe e si aggira con un cappello a larghe falde nere. Una volta rientra da una manifestazione col copricapo in mano e ne mostra ai familiari il contenuto: una micia minuscola, colore della notte.

E qui occorre un inciso. Benché alla difesa delle zone verdi, dei parchi e delle ville storiche, prime fra tutte Villa Borghese e Villa Strohl-fern, Cederna abbia dedicato talento, energie e coraggio straordinari, al contempo, per spirito igienista, preferiva ammirare gli animali in un ambiente naturale, lontano dalle mura domestiche.

Quel giorno dunque, di fronte alla potenziale portatrice di germi, egli annuncia: “O me, o il gatto”. Il felino rimane, viene battezzato Eresia e si rivela uno spirito libero. Si lascia accarezzare solo da Giulio, il figlio più piccolo, ed è così selvatica che Cederna ne rimane ammaliato. Qualche anno dopo, la moglie lo sorprende ad attrarla fin sopra il tavolo offrendole del cibo, per poterle sfiorare un orecchio.

Le contraddizioni di un uomo che ha giganteggiato contro cementificazione e inquinamento fumando due pacchetti di sigarette al giorno, continuano a spasso con Lilla e Jane, cagnoline raccolte per strada.

Molto di più se ne può scoprire attraverso l’importante raccolta di testi e articoli usciti fra il 1953 e il 1996 dal titolo “Antonio Cederna – archeologo, giornalista, uomo, poeta – scritti per Roma” pubblicata da Palombi Editori e curata da Maria Carandini e Vanna Mannucci, che verrà presentata domani da Italia Nostra presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

A Genova c’è in questi giorni una mostra dal titolo “Against nature?” basata su quella che viene individuata come omosessualità nel mondo animale. Non ci sono andata (ne ho visto diverse fotografie non molto significative) ma trovo la domanda di base poco interessante, o forse mal posta. Né me ne sarei occupata, se oggi il giornale non mi avesse chiesto un piccolo commento in merito, che qui riporto con un paio di osservazioni in più.

Una decina di anni fa, in tema di effusioni fra animali dello stesso sesso, fu accolto come provocatorio il libro “Biological exuberances” del ricercatore Bruce Bagemihl che descriveva una varietà di casi, dalle masturbazioni orali fra gorilla alla vivacità erotica dei delfini, senza però giungere a particolari conclusioni.

Le valutazioni di tanti suoi illustri predecessori e contemporanei si basano piuttosto sull’osservazione di circostanze e dinamiche sociali. La cattività, ad esempio, può guidare gli istinti attraverso fortissime, alienanti costrizioni. In libertà, invece, il primo spunto viene offerto dagli equilibri del branco, che spesso pone la necessità di stabilire gerarchie anche attraverso la dominanza sessuale. Esistono poi fasi, nella crescita e nella maturità di un singolo soggetto, che contemplano esplorazione, affettività, piacere.

E’ tuttavia erroneo, sovente pretestuoso, leggere in chiave antropomorfa ciò che appartiene, una per una, a tante altre specie. Oltretutto, in materia di eros non sempre i paragoni sono gratificanti. Uno studio comparativo fra uomo e primati ha stabilito che il primo ha il pene più lungo: tredici centimetri di media contro gli otto dei secondi. Ma la scienza non è mai riuscita a giustificare tanto sfarzo se non come elemento da parata, pari alla coda del pavone, che non corrisponde a funzionalità: i testicoli umani sono di entità assai modesta, e la stessa erezione avviene attraverso un complesso e niente affatto infallibile fallibile sistema a pompa, mentre le scimmie si limitano, appena occorre, a muovere un muscolo e alzare un osso.

Il ricondurre ogni aspetto della natura al nostro modo di vedere è miope, soprattutto quando – con grande frequenza – attribuiamo intenzioni morali attraverso l’interpretazione delle stesse parole. Così l’attitudine del gatto a considerare le opportunità diventa opportunismo, mentre la struttura piramidale della sua comunità rende fedele il cane.

Negli esseri viventi, nessuno escluso, il sesso non si limita alla finalità riproduttiva, ma esprime una serie di sfumature, sensibilità, esigenze e originalità legate al fatto che in principio siamo tutti individui.

Renata Carniglia e Susanna Casani sono le titolari di RS Team Breeding, allevamento di cavalli da salto ostacoli vincitore di prestigiose rassegne, e sono anche madre e figlia. Nel 2000, quando l’attività sta appena prendendo forma, Susy si sposa e va ad abitare vicino a Renata, all’Infernetto. Tornata dal viaggio di nozze trova che i ladri hanno svaligiato casa, perciò acquista la rottweiler Daphne.

Sei mesi dopo, trova che nuovi ladri le hanno rubato Daphne. Molto amante degli animali, Susy si dispera. Con la madre sparge cartelli ovunque offrendo una taglia – ci sono ancora le lire – di un milione. Niente. Solo segnalazioni che le inducono a precipitarsi ad appuntamenti inutili. Gira voce, però, che Daphne sia nel quartiere. C’è chi indica il giardino di una villa, del cui muro Susy tenta un’audace e vana scalata. Chi una certa automobile verde, su cui lasciano un diplomatico biglietto. La ricompensa sale a due milioni. Intanto Renata, per consolare un po’ Susy, acquista Dauna, sorella di Daphne. Susy la invita con sdegno a tenersela: gli essere viventi non sono sostituibili.

Un’altra soffiata le incoraggia a persistere nei loro sospetti, perciò il premio, affisso anche in una frequentatissima pizzeria di zona, sale a tre milioni. A quel punto ricevono una telefonata: salta fuori un tizio che afferma di aver trovato Daphne sulla Cristoforo Colombo. Appuntamento alla rotonda di Ostia, riscatto alla mano. E’ proprio lei, così la rottweiler viene recuperata.

Un anno dopo Susy si separa e con Daphne torna dalla madre, dove ormai vive Dauna. Da principio Daphne e Dauna si amano, poi assai meno. Ma questa è un’altra storia.

Per chi si espone di persona in tutela della fauna, appellarsi all’applicazione delle leggi non è sempre una passeggiata. Da anni Claudio Locuratolo, presidente della sezione romana dell’Enpa e responsabile della Guardia Zoofila, effettua controlli nei mercati scoprendo la vendita di cavie, pappagallini, scoiattoli e molto altro, assolutamente vietata alle bancarelle. Sia da antica normativa, che dal regolamento comunale del 2004. A Porta Portese, ad esempio, un commerciante plurisanzionato rimane attivo in attesa che le autorità provvedano.

Nel marzo scorso, Locuratolo e i suoi volontari entrano in un mercato irregolare al Trionfale. Davanti alla pattuglia dei vigili del XIX municipio, tranquillo un uomo propone agli avventori un piccolo orrore. 40 criceti stipati in mezzo ai propri escrementi in una teca di vetro di 15cm per 10; due parrocchetti infreddoliti in un’altra gabbia lurida; una serie di tartarughe d’acqua poste, a secco, dentro cassetti di plastica da bricolage. Oltre a multarlo, Locuratolo chiama un veterinario, sporge denuncia per maltrattamento e sequestra gli animali. Tranne le povere tartarughe, poiché la reazione dell’abusivo è violenta e nel tafferuglio qualcuno le fa sparire.

Gli esemplari requisiti sono però corpo del reato a disposizione della magistratura: impossibile darli in affidamento, né a Roma esiste struttura deputata ad accoglierli. Ma quando il pm Simona Maisto scopre che i criceti vivono al massimo due anni, li definisce “materiale deperibile” stabilendone, assieme ai parrocchetti, la vendita all’asta. Per 400 euro l’Enpa si aggiudica il lotto, ora in adozione.

Per chi volesse accogliere qualche scampato: www.enpanet.it/roma.

Tentiamo un passo indietro utile a definire le competenze su un tema, gli animali a Roma, che non abbraccia solo la tutela faunistica ma include impiegati, denaro pubblico, sanità. Nel bene e nel male, finora l’argomento ha avuto una vigorosa divulgatrice e protagonista: Monica Cirinnà, padrona di una scena che le è difficile abbandonare. Come ignorare, però, l’evidenza di una nuova gestione? Pur mantenendo viva la critica, urge che in nome dei diritti animali – delega che in troppi dimenticano – si favorisca un passaggio di consegne in nome di ragionevolezza e cooperazione.

Da mesi i canili municipali e convenzionati soffrono sulla scia di un generale blocco dei fondi. Sono seguite lentezze e incomprensioni che Bruno Cignini, attuale direttore dell’Uda, si dice desideroso di appianare nel rispetto dei lavoratori, ma senza prescindere da verifiche su sovvenzioni e regolarità delle strutture. Zoologo, oltre alla cura di cani e gatti promette maggiore attenzione alla straordinaria biodiversità capitolina: uccelli, mammiferi, rettili, pesci, insetti.
Sarebbe quindi prezioso stabilire collaborazione con le più serie associazioni zoofile, il cui contributo aggiungerebbe valore.

Laddove nei giorni scorsi la Lav si è espressa con un comunicato più politico che animalista, chiedendo la rimozione di Cignini (gesto senza precedenti, quando il passato ha offerto più robuste occasioni di contestazione) sarebbe peccato che De Lillo stabilisse rapporti privilegiati con questa o quella realtà, mentre verrebbe apprezzato come segno di correttezza e intelligenza la creazione di un cartello che unisca le migliori rappresentanze.

Dall’Enpa, che forse si sarà resa impopolare presso l’assessorato difendendo i cavalli delle botticelle, ma ha dato prova di coraggio e autonomia e offre esperto volontariato di guardia zoofila, fino alla Lipu, agli Animalisti Italiani valorosi nel controllo di zoo e parchi acquatici, al Comitato Verde Urbano esperto in alberi e nidi. C’è anche un movimento, il Partito Animalista Europeo, che ha sostenuto l’attuale giunta ma è si sempre espresso con schietta indipendenza.

Simone ha tredici anni, è biondo, ottima parlantina – di solito elemento di fascino, qualche rara volta fonte di guai – e gli piacciono molto teatro e musica. Giovedì pomeriggio è solo in casa e siede al computer. Sta cercando su un sito popolarissimo, soprattutto fra i giovani, un videoclip da scaricare. Lo trova, e quando l’operazione è completata ci clicca su. Ma invece di American Boy, si apre quello che è senza dubbio un filmato porno.

Cose simili in rete accadono, e vengono in genere prese come perdite di tempo. Tuttavia, le immagini che scorrono davanti a Simone hanno qualcosa di insolito. Si tratta di due maschi che praticano sesso orale, ma non è un banale video gay: il più attivo dei partecipanti è un bambino che non avrà più di nove anni. Con raccapriccio Simone chiude l’allegato e, piuttosto turbato, si domanda cosa sia giusto fare. L’imbarazzo è grande, ma dopo una riflessione decide di risparmiare i nervi della mamma e telefona al papà, in giro per lavoro. Questi gli promette che arriverà subito e lo prega di rimanere tranquillo.

Nell’attesa, però, Simone sente di voler fare di più e chiama il 112. Prudente, domanda: “Mi scusi, di cosa vi occupate esattamente?” Dall’altra parte: “Ci dica lei cosa desidera, piuttosto!” Allora Simone spiega di essere un ragazzino e descrive nel dettaglio l’incidente. I militari gli prestano subito attenzione e vogliono il numero di suo padre, che nel frattempo ha raggiunto casa e invia loro per posta elettronica la pagina in questione.

Verso sera, Simone riceve le lodi dei carabinieri. Ma non sappiamo quanto il prezioso tassello da lui fornito abbia contribuito a un’indagine che si direbbe assai complessa.

Da parte di un governo che punta sulla sicurezza, strano che in Veneto sia entrata in vigore una norma secondo cui si può sparare a cani e gatti vaganti. Ma è solo l’inizio.

Sono al vaglio in Senato proposte venatorie paradossali. Si vorrebbe trasformare la caccia da concessione in diritto da esercitare quasi tutto l’anno, portando da due a tre i colpi dei fucili a canne lisce, estendendo i massacri a fringuelli, cormorani, corvi. Depenalizzazione per il bracconaggio, per l’uccisione di rondini e aironi, per gli spari da ogni veicolo, abolizione del divieto per il tiro a volo. Via al turismo cinofilo con licenza di abbattere nei parchi.

Di fronte a tanto, si dimentica che già l’interpretazione della 157 in vigore è molto discutibile, e grazie alle deroghe che hanno avallato lo sterminio di milioni di animali protetti, 13 regioni italiane sono sotto inchiesta UE e ci toccheranno ingentissime multe.

Da settembre, 30 fra morti e feriti per incidenti: in un vademecum l’Ente nazionale protezione animali illustra i rischi ai gitanti, mentre l’Archivio Disarmo ha dato il via a uno studio che mette in stretta relazione caccia e diffusione di armi fra la popolazione civile.

Benché, in materia di rispetto verso animali e natura, i segnali ricevuti finora dal Campidoglio non siano confortanti, pur sempre si dice che il Sindaco sia appassionato di alpinismo: impossibile crederlo innamorato della sola conquista della vetta, senza apprezzare e comprendere le varietà di vita custodite dalla montagna. C’è dunque da confidare che lo stato di disperazione in cui volgono da mesi canili e gattili convenzionati con il Comune, a causa della mancata erogazione dei fondi, sia frutto di un incidente prossimo alla risoluzione.

Da giugno infatti, i 1.300 animali ospiti fra Muratella, ex-Poverello, ex-Cinodromo e Valle dei Cuccioli, gestiti dall’Associazione Volontari Canile di Porta Portese, sono nutriti e curati attraverso enormi debiti con fornitori ormai esasperati. Gli oltre cento dipendenti sono rimasti senza stipendio (promotori di 2.000 adozioni l’anno: numero eccellente che reca proporzionale risparmio di denaro pubblico) e si tace sul rinnovo della convenzione in vigore dal 1997. Intanto sono già stati revocati gli aiuti a rifugi satellite come Mente Naturale a Palombara Sabina o Panda di Trigoria, che assorbono cani impegnativi come i pitbull. Abbandonate piccole realtà come Villa Flora, ricovero modello per gatti oggi al collasso.

E’ credibile che l’assessore De Lillo si sia ritrovato in un passaggio di consegne infausto dal punto di vista amministrativo, ma non concepibile che a farne le spese siano animali e operatori. Legittima, pur cancellando di colpo l’esperienza di anni, l’ipotesi di un bando di concorso per rinnovare la gestione delle strutture municipali. Ma non certo rivolto, come si ventila, a imprenditori privati.

Recita la legge 281: “le convenzioni di canili e rifugi devono essere concesse prioritariamente alle associazioni o agli enti aventi finalità di protezione degli animali” e una circolare interpretativa partita nel 2001 dal Ministero della Sanità sottolinea: “l’economicità dev’essere riferita non solamente a chi garantisce i minori costi di gestione dei canili ma soprattutto a chi garantisce anche il benessere degli animali”.

Quanto conta, nella nostra democrazia, l’opinione della gente? Quale peso va attribuito a centinaia di romani che da otto anni lottano con ogni forza, non per ottenere privilegi personali, ma per salvare dalla speculazione edilizia una preziosa area verde? E’ la storia dell’Associazione Colle della Strega, nata nel 2000 quando Matilde Spadaro, Massimiliano di Gioia e Maurizio Riga scoprono che il Comune ha deciso di variare il piano regolatore, approvando la costruzione di 85.000 metri cubi nell’oasi incontaminata del Fosso della Cecchignola.

Impossibile riassumere qui un iter complesso e ancora lontano dalla conclusione. Opposti, gli interessi di politica e imprenditori edili contro un nutrito manipolo di abitanti, da Colle di Mezzo fino a Giuliano Dalmata e Fonte Meravigliosa, uniti e autofinanziati nel numero di 250, col sostegno di migliaia di simpatizzanti. Cittadini impegnati perché un bosco che dovrebbe essere annesso al Parco dell’Appia Antica rimanga per le generazioni future casa di barbagianni, usignoli, tassi, istrici e cinciallegre: luogo di ristoro e passeggiate, anziché cemento residenziale e via aperta al traffico.

Fianco a fianco senza rivalità ideologiche, di destra e di sinistra, da quasi un decennio i difensori del Fosso scendono in piazza con casseruole e fischietti, si prodigano in sit-in, vaste raccolte di firme e scioperi della fame, ricorrono al Tar, meritano il sostegno di associazioni quali Italia Nostra e il WWF, riescono, senza perdersi d’animo, a contare in una partita in cui di continuo vengono cambiate le regole.

Ma, ci si chiede, a un’espressione tanto sentita della volontà pubblica, non sarebbe giusto prestare diverso ascolto?

SALVIAMO VILLA BORGHESE: DA DOVE INCOMINCIAMO? BISOGNA:

1) Considerare Villa Borghese nella sua totalità, Pincio e Bioparco inclusi.

2) Richiedere trasparenza immediata circa amministrazione, appalti, concessioni, cessioni, vigilanza e competenze sull’intero territorio. La Villa infatti costa al Comune un mucchio di denaro, assolutamente mal speso. Lo stesso impegno economico potrebbe fruttare risultati eccellenti.

3) La pulizia dei giardini viene eseguita poco dall’Ama e, in parte, anche da ditte private. Non quotidianamente. La Villa, specialmente in certi giorni, è un cumulo di immondizie. A) Per quanto riguarda il giardinaggio, gli appalti alle ditte (fornite di adeguate qualifiche? – alcune si servono di detenuti, ma che io sappia sono stati sospesi da tempo i corsi di formazione in carcere) prevedono ingente erogazione di denaro pubblico, ma non impongono direttive specifiche e competenti. B) Gli alberi vengono potati sempre nei periodi sbagliati, ovvero le stagioni vegetative – primavera e estate – in cui tra l’altro gli uccelli nidificano, con conseguente distruzione di uova e pulcini. Un parco ha bisogno della biodiversità, dagli insetti, agli uccelli, agli scoiattoli, alle piante, tutto gli è necessario per sopravvivere. L’equilibrio di Villa Borghese è stravolto. C) Le potature sono eseguite in modo folle. Le chiome dei pini e dei cedri piantati nel 1600 dal Cardinale Borghese (alberi che andrebbero potati pochissimo) sono ridotte a ciuffetti arrampicati in cima a tronchi altissimi. E’ il miglior modo di far sviluppare un albero solo in altezza, sottoponendolo al rischio di crollo – e non è che un esempio. D) Un sistema di irrigazione, pagato un mucchio di soldi, è così mal congegnato che paradossalmente essicca i prati, crea dannose pozze, e i suoi getti colpiscono i tronchi degli alberi, con grave danno per i medesimi. E) Per anni il Comune ha ovviato a tali disastri srotolando sul terreno zolle d’erba precoltivata: non solo non è servito a nulla, ma ora l’intero parco è pieno di rete di nylon che affiora dal terreno.

4) Troppi alberi sono stati abbattuti in barba alle leggi italiane e europee che tutelano le specie protette. Non solo all’interno, ma anche ai margini della Villa: dal cipresso di Lawson, il 10 luglio scorso, a ridosso dei propilei del Canina dov’è previsto l’ampliamento della stazione Flaminio, al platano di viale Lubin, dove si è invece insediato un orrendo mercatino.

5) Esiste una ZTL già installata, ma per misteriose ragioni non attiva, dal lato di piazzale Firdoski e via Omero. Di qui entrano a centinaia le auto, soprattutto quelle dei genitori degli alunni di Chateaubriand che non hanno voglia di raggiungere a piedi, con brevissimo tragitto, l’ingresso secondario.

6) All’ingresso di Via Pinciana, ad agosto si sono fermate le ruspe dell’Acea. Delibere firmate l’inverno scorso dalle soprintendenze autorizzerebbero, per consentire l’installazione di una nuova condotta, un lunghissimo tratto di scavi all’interno della Villa, anche accanto alle radici degli alberi secolari e già molto sofferenti, fino ad attraversare l’intera Valle dei Platani. Va innanzitutto richiesta trasparenza sulle delibere: chi, come e perché le ha rilasciate?

7) Il Concorso Ippico Internazionale di Piazza di Siena. Il campo ostacoli è stato rifatto in sabbia e coperto di erba sintetica (quest’anno no) per ragioni tecniche richieste dalla Federazione Equestre Internazionale. Il Comune infatti non riusciva a garantire un fondo adatto a una competizione internazionale di quel livello, con pericolo per l’incolumità di cavalli e cavalieri. Ricordiamo che alle attività equestri l’ovale è destinato fin dalle origini. Il problema – grave – dello CSIO è piuttosto il villaggio sponsor, enorme e devastante da una quindicina d’anni, che blocca gran parte della Villa per molti mesi. Comporta l’installazione di strutture enormi, che devono essere trasportate da una quantità di mezzi pesanti a causa dei quali un intero viale non ha più lastricato, forma, canali di scorrimento per l’acqua piovana. Prima che tutto ciò fosse permesso, i romani accedevano alla manifestazione anche a prezzi popolari, su gradinate e prato sotto l’Orologio: a causa del villaggio sponsor che occupa l’intera area questo non è più possibile.

8) Il Bioparco, un luogo che nega tutti i presupposti sui quali fu rifondato negli anni Novanta e di cui si chiede che gestione e amministrazione, trasformata da decennale spa a compartecipazione privata (51% Comune e 49% Costa, cui per qualche oscuro motivo abbiamo regalato 17 meravigliosi ettari nel cuore della Villa) all’odierna fondazione, siano rese pubbliche. Incominciando dai bollettini che ufficialmente relazionavano la morte dei singoli animali, interrotti senza spiegazione parecchie stagioni fa, all’impressionante quantità di sovvenzioni erogate, alle denunce degli animalisti, a responsabili scriteriati e inqualificabili, in testa il presidente finito a Striscia la Notizia per aver ucciso un cobra infilandolo vivo in un congelatore – morte orrenda – con la scusa che “non si disponeva al momento di antidoto al suo veleno”. Laddove accertata l’illegittimità della cessione a privati sarebbe bello riconsegnare l’area ai cittadini, con una destinazione zoologica etica: vi si potrebbe realizzare un parco-canile, allargare la sede della Lipu (sono bravissimi e penalizzati: gli unici che forniscano un servizio immediato al cittadino che raccolga uccelli o animali selvatici feriti), un centro studi. L’architettura del Bioparco ha un suo interesse ed è del tutto abbandonata, per tacere degli alberi. Le casette realizzate senza dare nell’occhio a ridosso di via Mercadante per anziani e disabili sono concettualmente assurde, finché il luogo rimane in simili termini. Vecchi e handicappati dentro lo zoo?!

9) Di notte la Villa rimane aperta e incustodita, diventando terra di nessuno e bivacco di vagabondi, come testimonia la grande quantità di rifiuti e feci umane. Nemmeno i cancelli del Giardino del Lago vengono più chiusi. Cigni e anatre sono assai ridotti nel numero poiché catturati e uccisi nottetempo da vagabondi, nuotano su acque luride e possono nutrirsi solo grazie all’iniziativa di un paio di privati. Per loro non è prevista alcuna forma di accadimento ufficiale. Il Tempietto di Esculapio è una latrina. I viali della Villa sono percorsi da automobili. Chiunque può portar via, indisturbato, statue o frammenti, nonché praticare devastazioni.

10) Al Pincio, di fronte al Bar dell’Orologio, si sono installate alcune baracche commerciali. Una specie di giostra (non quella tradizionale nei pressi della Terrazza): venditori stabili di giochi, bibite e palloni. Infine il Galoppatoio. E’ concesso a privati: chi? Perché? Per quanto tempo ancora? Volge in raccapricciante stato di degrado. E poi, cosa ne sarà durante l’ampliamento del parcheggio?