Villa Strohl Fern: dono poco compreso?

By margherita, October 1, 2008 11:55 pm

Proprietà francese, appannaggio del liceo privato Chateaubriand dal 1957, per noi cittadini Villa Strohl Fern è accessibile due domeniche al mese, partecipando alle visite organizzate dal Comune. Entrando dalle pendici di Villa Borghese, si viene subito condotti allo studio che fu del pittore Francesco Trombadori, custodito prima dal figlio Antonello, oggi dalla secondogenita Donatella, sapiente depositaria di opere e documenti. Ma fuori di lì, le parole della guida diventano le uniche conferme di una memoria di cui solo con estremo sforzo si ravvisa traccia.

Trasformati in aule o gabinetti, gli studi dove innumerevoli personalità italiane e straniere – da Maurice Sterne e Rainer Maria Rilke a Carlo Levi e Ludovico Bragaglia – vissero e lavorarono, di fatto non esistono più. Stretti in un cantiere dalla settimana scorsa, gli ultimi alloggi originari sono già stati spogliati dei lucernai. Le sculture di Lorenzo Guerrini, estromesse su un prato.
Più fiero dell’accordo firmato da Veltroni nel 2005, per formalizzare la presenza del liceo fino allora irregolare e caricare Roma di soli oneri, il no della vedova del pittore Giuseppe Ciotti, esortata a traslocare in una torretta. Prossima ai 103 anni, la signora Ida si è rifiutata di sgombrare l’ultimo studio intatto, assegnato al marito nel 1926, appellandosi alla nostra Costituzione.

A oggi, non si conoscono le esatte ragioni per cui l’artista e mecenate alsaziano Alfred Wilhelm Strohl Fern, prossimo alla morte, destinò così lo straordinario possedimento. Unico legame conosciuto con la Francia la vicinanza, quando era anziano e malato, dello scultore Denis Puech. Allora direttore di Villa Medici, questi ispirò fiducia al gentiluomo, che redasse per mano dell’amministratore Antoine Ponchet un testamento non olografo, vincolando il lascito all’impegno di rispettarne fisionomia e valore. Subito dopo la scomparsa di Strohl Fern, nel 1927, Ponchet si trasferì nel suo palazzo, ereditandone governanti e effetti personali. In cambio Puech realizzò per il donatore una tomba nel cimitero acattolico, detto degli Inglesi, ponendola fra quelle degli uomini illustri.

La Villa fu certo un magnifico regalo, di cui oggi non si trovano che sofferte vestigia. Cartacce e sterpaglie accompagnano i sentieri e avvolgono il fusto d’albero in cemento che Strohl Fern aveva nascosto scherzosamente nella vegetazione. D’indole solitaria, egli viveva nel palazzetto occupato dal corpo centrale della scuola, allora protetto da cancelli e vegliato da grandi cani. Fra quelle mura, sotto lo stemma con serpente e saetta e il motto “Eclair ne broye” (fulmine non fulmini), aveva allestito dodici studi destinati ai suoi amici, fra i quali il pittore e scultore russo Ilya Repin, che gli dedicò un famoso ritratto. 28 erano poi gli studi esterni, sparsi nel parco, che affittava a cifre simboliche. Gli alloggi furono divisi internamente, fino ad arrivare a 100, con l’esproprio del 1940. Durante la Guerra, il Comune rispettò la destinazione iniziale e li aprì ad artisti sfollati. In quel periodo i giovanotti s’intrufolavano nella Villa per spiare, arrampicati sugli alberi, le modelle che posavano nude. Sotto la portineria d’ingresso una botola conduceva al ninfeo romano, dove furono nascosti documenti, provviste, persone.

Varcato quello che fu il Tunnel delle Rose, abbattuto dalle pallonate degli scolari e rimesso in piedi alla meglio, ancora si erge uno dei più spettacolari canneti di bambù d’Europa, prossimo a soffocare sotto una coltre di sterpi e foglie secche. Qui davanti sono stati rasi al suolo antichi platani in favore del polveroso campo di calcio dei ragazzi. Cementate al suolo, due colonne romane fungono da sedili. Un’altra, spaccata in due, introduce all’area giochi delle materne.
In un differente stato d’animo, il cartello “Jardin pedagogique” farebbe persino ridere, guardando l’orticello didattico realizzato fra i tronchi dei pini secolari tagliati nel 2004 e seguiti da altri pochi mesi fa. Oltre, una rete separa la scuola dal resto dei 9 ettari della Villa, che in stato di abbandono scende verso via di Valle Giulia. Laggiù resistono un leccio del 1600 e le rovine della casa di Rilke, fra il cantiere italiano aperto dopo il crollo di una falesia e le reti che dall’altra parte, al confine con Villa Ruffo, schiacciano i pochi platani scampati.

Sparite le enormi acacie, del filare di brussonezie è rimasto un solo esemplare. Era già qui, quest’albero, quando Arturo Martini scolpiva la sua Donna al Sole. Chissà quante volte, sotto le sue fronde, passò Ercole Drei, intento a realizzare la stele Il lavoro dei campi, all’Eur dal 1962. Se il pittore dalmata Giuseppe Lallich curava di persona un giardinetto di fiori di ogni colore, consistenza e profumo, con le proprie mani Renato Brozzi, orafo di D’Annunzio, nel 1919 decorò il sepolcro dell’amico Umberto Moggioli morto di febbre spagnola.

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