Si può essere dissidenti a soli due metri dal punto di partenza, rifugiati oltre un muro che determina un confine politico e vi ha consentito di tornare a casa sotto la protezione speciale di una principessa, dopo oltre due anni di fuga e da unici scampati a una strage che ha visto cadere quasi duecento fratelli? In Via Boncompagni, all’angolo con Via Quintino Sella, di certo si può.

Tutto ha inizio alla fine del marzo 2006, quando in un paio di giornate, senza preavviso, ignorando lo sgomento e il dolore dei cittadini, il Comune fa abbattere tutti gli olmi del viale. Con rapidità, organizzazione, furore mai riscontrati in alcun cantiere pubblico, uomini in arancione incatenano i tronchi e accendono i motori delle seghe. E’ tutto così violento e veloce che la gente, confusa, sul momento non reagisce. Immagina forse che un simile provvedimento sia dettato da ragioni molto gravi.

Ben più di 150 alberi secolari cadono sull’asfalto, con la scusa dichiarata che qualcuno è malato. E’ tanto vaga, insufficiente, che si pensa piuttosto al desiderio di eliminare il possibile intralcio delle radici al rifacimento del manto stradale da ultimare entro ottobre, data d’inaugurazione della prima edizione della Festa del Cinema. I lavori termineranno in realtà ben più di un anno dopo, e successivamente dovranno essere ripresi e corretti in parecchi punti.

Perciò, quando i rami sono carichi di gemme e di nidi di uccelli che perdono uova e pulcini, la primavera del quartiere rimbomba di lugubri schianti. Precipitano gli olmi piantati perché ricchi di foglie, ma non tanto pesanti da togliere luce durante i mesi invernali, e Via Boncompagni cambia volto per sempre.

Come un castigo, l’estate giunge particolarmente calda e coglie la strada, per la prima volta, priva di riparo. A giugno, mentre nuovi operai cospargono la carreggiata di catrame bollente, dai resti dei propri tronchi mozzati, come arabe fenici, gli alberi rinascono. Piccoli e grandi ciuffi smeraldo sbucano dal suolo. Alcuni, ad agosto, sono cespugli alti quanto una persona. Se l’Ama non è mai passata a raccogliere le cartacce gettate fra le radici, un giorno presa da repentina frenesia sopraggiunge con un paio di furgoni e li trincia uno ad uno, portandoli via assieme alla spazzatura. Degli olmi di via Boncompagni scompare ogni residua traccia.

Occorre adesso raccontare che verso la fine del viale, in direzione di Piazza Fiume e più precisamente al numero 18, sorge quella che fu la villa del principe Andrea Boncompagni Ludovisi e di sua moglie Blancheflor dei Baroni de’ Bildt, progettata dall’architetto Giovan Battista Giovenale nel 1901. Vedova e senza figli, la principessa era una solitaria amante del bello, della natura e degli animali. Prima di morire, nel 1972, stabilì di lasciare la propria abitazione in dono allo Stato, purché vi si realizzasse un’opera degna: l’attuale Museo Boncompagni Ludovisi per Arti Decorative, il Costume e la Moda, che contiene gli originari arredi della casa, oltre a oggetti di design e collezioni di abiti d’epoca donate da celebri stilisti soprattutto romani. Il parco, abbracciato da un muro, crea angolo con via Quintino Sella. E proprio qui, all’incrocio, nella tarda primavera del 2006 l’ultimo olmo prima del semaforo stabilisce di non imitare i compagni di sventura.

Anziché spuntare nell’esatto posto in cui è stata recisa, la pianta sceglie di percorrere due metri sotto il marciapiede e riemerge, non vista, oltre la cinta del giardino del Museo Boncompagni Ludovisi.
Oggi non può passare inosservata: ha le dimensioni di un arbusto che s’innalza in mezzo alle siepi di lauro, ricominciando a guardare sul viale.

Ma la sua sorte non dipende più da quel saldo elemento di continuità fra giunta e giunta rappresentato dalle epurazioni arboree, bensì, si affida all’ospitalità statale. O piuttosto all’implicita intelligenza della vita, che invano la nostra arroganza tenta di negare. E all’abbraccio di una gentildonna, antica signora della via. In quel preciso angolo di parco, infatti, l’olmo si è aperto un varco garbato fra le lapidi di Peter, Benje e diversi altri. Proprio lì, nel corso di lunghe stagioni, la principessa Blancheflor seppellì con infinita cura i suoi amatissimi cani.

Dopo aver utilizzato strumenti espressivi quali la parola, per esporre evidenze che in breve hanno trovato una quantità di conferme, si è colti dallo spavento di non essere ricorsi subito a qualcosa di più comprensibile per il Comune, come le tabelline.

Esaminiamo gli ultimi cinque mesi. Su 42 vetturini in circolazione con altrettanti cavalli (se ne conta più o meno uno di ricambio a testa, ma com’è ovvio non lavorano contemporaneamente) dalla metà di giugno a ieri sono stati registrati quattro gravi incidenti. Due mortali per gli animali, di cui uno anche causa di ricovero in ospedale per il conducente; gli altri due non lo sappiamo, nel senso che si è trattato di malori dei quadrupedi lungo la strada, poi ricondotti all’ex-Mattatoio.

In cinque mesi, dunque, una percentuale del 10% dovrebbe essere sufficiente a dimostrare quanto sostenuto dalle associazioni animaliste, dalle centinaia di lettere e telefonate dei cittadini, dalla disapprovazione di testate e siti di tutto il mondo: questa città non è più adatta ad accogliere carrozze turistiche a traino equestre. Più evidente di così, appunto, si muore.

Smettiamola, per piacere, di pensare ai vetturini come a una sorta di patrimonio culturale, come se ci facessero fare una qualche bella figura. Guardate piuttosto su Internet cosa si dice in giro per il mondo, fino in Cina, di loro e della civiltà capitolina. A questi signori si possono offrire più che onorevoli licenze di taxi, oppure, se si studiasse una brillante operazione di modernità con una casa automobilistica, ecologiche cabriolet per turisti.

Se volete saperlo, ieri questi bonari romani che vogliono tanto bene ai cavalli, erano fermamente decisi a imbracare il loro Birillo, a terra da ore e già destinato all’eutanasia, e trasportarlo fra ulteriori sofferenze a morire a porte chiuse, al solo, calcolato scopo di risparmiarsi un danno d’immagine. Peccato abbiano incontrato qualche ostacolo. E poi in città, anche vi fosse stata una possibilità di salvarlo, non esiste ambulanza equina; le uniche imbracature appartengono al mattatoio e hanno differenti funzioni.

C’è altro da aggiungere?

Stamattina a Roma, vicino al Colosseo, è morto un altro cavallo delle botticelle. Per schivare un furgone è caduto e si è rotto una gamba. E’ rimasto ore sull’asfalto, poi è stata necessaria l’eutanasia.

I vetturini hanno dato il peggio di sé, pretendendo a un certo punto di imbracarlo e spostarlo con ulteriori sofferenze allo scopo di non mostrarne la morte in pubblico. Non si può dire che per persuaderli sia bastato far leva sui buoni sentimenti. Ostili, maleducati, non hanno fatto che offendere, insultare, spintonare.

Accantonate le speranze di avere un interlocutore valido nel Comune, d’ora in avanti ci risparmieremo se non altro la fatica dei convenevoli. Sono cinque mesi che percorriamo ogni possibile via di dialogo e in cambio contiamo quattro gravi incidenti, di cui due mortali.

Alemanno, muto per tutto questo tempo, si è esibito in una panzana buona per la stampa. In risposta all’odierno intervento della Martini, sottosegretario che sta dimostrando competenza in materia di animali e oggi e in passato si è espressa con disapprovazione sulle botticelle, il Sindaco ha detto di aver ricevuto verifica dall’Unire che le botticelle sono a posto.

Ora, fate bene attenzione. L’Unire è un ente BUROCRATICO. Non dispone di alcun servizio veterinario diagnostico, né curativo, né tantomeno di un ufficio che si occupi di tutela del cavallo. Ha semplicemente un laboratorio antidoping, e pure molto discusso. Perciò che l’Unire approvi le condizioni delle botticelle NON HA ALCUN VALORE. Lo stesso fatto che Alemanno abbia chiesto un parere all’Unire è arbitrario. Se l’ha fatto è solo perché da Ministro delle Politiche Agricole e Forestali ha governato l’Unire per molti anni e lì ha sistemato come segretario generale il suo braccio destro Franco Panzironi (oggi amministratore delegato dell’Ama) allontanato dall’ente nel 2007 senza applausi, ma con pendenze legali. Nessun fiore all’occhiello dunque, nessuna limpidezza. E comunque l’affermazione di Alemanno è di una falsità offensiva.

Abbiamo investito qualche mese, in buona fede, nel valutare se vi fossero possibilità d’intesa. Sarebbe stato bello incontrare un po’ d’intelligenza. Così non è stato. Piangiamo i cavalli. Altri rimpiangeranno l’occasione.

Dopo un ridicolo tavolo presso l’Assessorato all’Ambiente, come se le associazioni avessero bisogno del contentino di quattro burocrati, ieri mattina, senza alcun preavviso, in tutta fretta gli ultimi alberi di Piazza Venezia sono stati tagliati. Credo sia sopravvissuta solo una palma, ma non vorrei sbagliare. Non ci sono andata, ma nel pomeriggio c’è stata una piccola fiaccolata commemorativa.

Oltre all’amaro fatto in sé, già tanto discusso, le stesse modalità cretine non stupiscono. D’altro canto, pur continuando a tendere una mano poiché la collaborazione, aiutare gli altri – persino i più stolidi – a comprendere – è alla base della crescita, in aggiunta alle botticelle e ad altre questioni ancora lungi dall’essere concluse, l’episodio è stato utile a prendere le esatte misure degli interlocutori.

Chi crede che i guai di animali e natura non tocchino l’uomo, sbaglia. In questi giorni tutte le associazioni animaliste, ma anche ambientaliste, sono in piena mobilitazione contro la discussione in Parlamento di un delirante disegno di legge di cui abbiamo già accennato, che vorrebbe come s’è detto raddoppiare la stagione venatoria e il numero delle specie protette cacciabili, depenalizzando fra l’altro gli spari da qualsiasi veicolo in movimento, il bracconaggio, l’uccisione di rondini, aironi e altre specie protette.

E noi che siamo nel Lazio possiamo rallegrarci un po’, dal momento che in Veneto e in Sicilia sono già in vigore norme regionali che incoraggiano a tirare ad animali “inselvatichiti” quali cani, gatti, mucche! In compenso, a sud-est di Roma è attiva la piccola ma stimatissima Associazione Vittime della Caccia nata grazie a un percorso inverso. Andati ad abitare in campagna in nome della sensibilità per piante e fauna, presto i coniugi Maurizio Giulianelli e Daniela Casprini fanno conoscenza con gli inconfutabili diritti esercitati di chi gira armato dentro le proprietà altrui, ha facoltà di sfoderare i fucili a 100 metri dalle case e sparare da 150.

Fra gli associati, c’è un romano di 37 anni che convive con 200 pallini in corpo dispensati da un anziano di cattivo umore, cui era stata rinnovata la licenza senza troppi accorgimenti; un ragazzo di Genova in situazione anche peggiore, ma pure vedove, bambini. Con pochissime risorse a disposizione, l’Associazione offre supporto alle vittime civili di un passatempo pericoloso.

Secondo le sue stime, dal 1 settembre a venerdì, escluso dunque l’intero fine settimana, i morti ufficiali in Italia sono 18 (10 cacciatori e 8 comuni cittadini) e 41 feriti, 5 dei quali hanno richiesto l’intervento di elisoccorsi pubblici.

A dispetto di appelli e suppliche da parte di associazioni e cittadini, oggi a Roma sono stati abbattuti cinque dei dieci alberi monumentali di Piazza Venezia, davanti alla Chiesa della Madonna di Loreto; una palma, un leccio e tre pini.

Ufficialmente attribuito alla necessità di realizzare un’uscita della metropolitana C, in una zona tra l’altro piena di scavi archeologici, il sacrificio è stato bloccato dalla vigorosa presenza di un piccolo cordone umano, capitanato da Annamaria Procacci (la più eccezionale paladina del diritto alla vita delle altre specie su cui questo nostro Paese abbia contato negli ultimi trent’anni). Richiesta a gran voce l’attribuzione della responsabilità politica dell’abbattimento, nonché gli atti che hanno portato a concedere l’autorizzazione ai tagli (ai sensi della legge sulla trasparenza n. 241/90) in un sito, il centro storico, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, si è anche ricordato come per gli alberi di Piazza Venezia si tratti di una questione paesistica e ambientale. La corte di cassazione riconosce inoltre come reato l’abbattimento ingiustificato, in quanto colpisce beni di pubblica utilità.

Prima di attaccare il sesto tronco, gli incaricati municipali sono stati fermati dall’arrivo dell’assessore De Lillo, che ha abbandonato il suo ufficio per incontrare i manifestanti e sospendere la sinistra attività. Lasciandosi sfuggire che i lavori stamattina non avrebbero dovuto partire, ha bloccato le operazioni e convocato un tavolo per domani alle 12, presso l’Assessorato all’Ambiente. Lasciando dietro di sé cinque corpi a terra e cinque ancora in piedi, sotto la pioggia che iniziava a cadere.

C’è un dogo, in Canton Ticino, che è stato seviziato a lungo dal suo proprietario. Questo cane è sordo. Forse non avrà giovato il fatto che l’uomo, indubbiamente disturbato psichico, gli abbia spento sigarette nell’orecchio. A un certo punto, dopo ripetuti maltrattamenti, il cane ha morso il padrone.

Benché la Protezione Animali di Bellinzona ne abbia ottenuto la custodia temporanea e il veterinario cantonale abbia ammesso i maltrattamenti, la Svizzera dall’iniezione facile l’ha in sostanza condannato a morte. Una comportamentista già autrice di diversi lasciapassare per altrettante eutanasie è stata incaricata una settimana fa di redigere una perizia, dai contenuti ancora segreti.

I presagi non sono buoni, ma grazie a Offensiva Animalista e al contributo di Movimento Antispecista c’è stato un movimento di opinione, centinaia di lettere al Cantone, lo stesso che senza pensarci due volte e nella più assoluta illegalità ha ucciso Birillo: ci stanno riflettendo su.

E ora, qualcosa di me.
Non è facile, ve lo garantisco, far passare queste notizie sui giornali.
Ho la grande fortuna di collaborare da vent’anni con un quotidiano italiano assai illustre, eppure, sui diritti dei più deboli e dimenticati sorgono remore e prudenze che mai immaginereste. Non mi riferisco in particolare al mio giornale, ma in generale a quella stessa stampa che non esita a creare mostri e, se occorre, a smentirsi a seguire. Ma se si tratta di lottare per un diritto nemmeno impopolare, direi piuttosto ininfluente agli occhi di certa società prona all’industria, l’appoggio, la libertà di lettura, sono rari. Non dipende dai giornalisti della redazione, né forse da chi li coordina, ma dal sistema che schiaccia e logora tutti.

Si sperava che domani potesse uscire qualcosa che contribuisse ad aiutare gli svizzeri a non sbagliare, visto anche che ci sono associazioni straniere pronte ad accogliere il dogo. E poi, perché tanta severa giustizia non menziona di attribuire le dovute responsabilità al padrone? Se egli ha commesso violenza protratta poiché infermo mentale, l’altro ha risposto una sola volta in quanto cane.

Ma si rimanda, saltano le pagine e il tempo passa. Anche se qualcuno può pensare che si tratti solo di un animale, nelle prossime ore un giornale potrebbe seriamente contribuire a salvare una vita e stabilire un principio. Non poco.

Ci ritroviamo spesso a parlare di canili, ma quasi mai del problema a monte, vale a dire il randagismo e lo smisurato numero di animali che viene immesso ogni giorno in un irresponsabile mercato.

Solo nel nostro territorio, fra allevamenti ufficiali, amatoriali e casalinghi, importazioni, negozi e banchi, circola una quantità di esemplari inimmaginabile, che non ha alcuna ragionevole proporzione con noi cittadini. Per avere idea dell’offerta, date un’occhiata alle inserzioni. Se anche volessimo limitarci a cani e gatti, nascono milioni di cuccioli dal destino sostanzialmente incerto.

Causa frequente è il sentimentalismo dei proprietari refrattari alla sterilizzazione, vuoi perché la giudicano contro natura, vuoi perché trovano carino avere un cucciolo autoctono. Ma la natura allora eviterebbe il sovraffollamento, contemplando tante altre circostanze di cui gli animali domestici sono privati, fra cui modalità di accoppiamento diverse da quelle combinate una tantum.

Poi c’è il commercio. Non è un crimine amare una specifica razza e ciascuno, puro o meticcio, ha diritto a una casa. Ma non possiamo evitare domande sulla selezione degli esemplari, chiederci cosa ne sia dei piccoli meno belli. Non solo: capita anche che si allevi in modo intensivo e raccapricciante. Fattrici che trascorrono l’intera vita in una gabbietta.

E i milioni di cani importati dall’Est con un’idea di guadagno centrata sulla quantità? Separati troppo presto dalle madri, decimati dai viaggi, portatori di tare fisiche e comportamentali, sovente finiscono in strada. Una parziale risposta dovrebbe fornirla l’anagrafe canina, peccato che i controlli sui microchip siano nulli e le multe ridicole.

A dispetto del momento difficile, la giunta ha risposto in modo deciso allo stato di emergenza dei canili segnalato negli ultimi mesi dall’assessore De Lillo, stanziando un milione di euro dal fondo di riserva. Una disponibilità seria, da parte di Alemanno, che ha posto al sicuro lavoratori e animali di tutte le strutture municipali e in convenzione fino alla conclusione del 2008. Garantendo inoltre la piena intenzione di destinare, nel rispetto della normativa nazionale, i successivi bandi di concorso a gestioni che abbiano alla base finalità e caratteristiche zoofile.

Recuperata la calma, si può persino azzardare che la crisi sia stata utile affinché gli schieramenti facessero migliore conoscenza, oltre il pregiudizio. Forse oggi, in Comune, è più chiaro che “animalisti” non significa dilettanti, quando un’associazione come i Volontari del Canile di Porta Portese ha curato sequestro e sistemazione di 1231 animali di Casa Luca, 250 meticci dell’ex Poverello e 250 levrieri dell’ex Cinodromo, oltre alle 1297 adozioni, 30mila telefonate e 20mila visite evase quest’anno dalla Muratella. Impossibile menzionare tutti, dalla Guardia Zoofila Enpa al gattile di Villa Flora, ma una nota speciale va al presidio Lipu di Villa Borghese, che con pochissime risorse a disposizione offre insostituibile accoglienza a chiunque trovi un esemplare selvatico ferito o caduto dal nido.

Di contro, forse gli animalisti riconosceranno al Comune una disponibilità al dialogo mai scontata, dato il legittimo desiderio di migliorare un sistema che può e deve fare grandi passi avanti, sia dal punto di vista amministrativo, che etologico e bioetico. Dimostrato anzitutto dall’aver assegnato la direzione dell’UDA a uno zoologo, Bruno Cignini, che ha già individuato due aree in cui realizzare a costo minimo esempi di moderno parco canile. Una a Tor San Giovanni nel Parco della Marcigliana, l’altra alla Bufalotta: qui, alleggerendo la struttura sanitaria della Magliana, i cani meno problematici potranno stare insieme nel verde. Gli impianti favoriranno progetti culturali, visite, adozioni e persino un cimitero per animali.

Vi giro questa mozione che mi è arrivata da parte dell’ Offensiva Animalista e del Collettivo Antispecista. Non posso ancora darvi un sito di riferimento perchè credo che i primi ne stiano costruendo uno, intanto però il tema è molto intessante – impressionante? – e vale la pena di leggere quanto segue con attenzione.

PROTESTA – DOGO ARGENTINO A RISCHIO SOPPRESSIONE IN SVIZZERA

Cari amici del Collettivo, vi chiediamo di partecipare a questa protesta e di far girare il più possibile.

Il caso sottoriportato non è isolato, purtroppo nei lindi e dorati canili Svizzeri la soppressione di cani per futili motivi è la prassi normale.

La neonata campagna TFDP “Togli fido dalla padella” (perché in Svizzera per chi non lo sapesse i cani e gatti di proprietà possono essere anche mangiati, e purtroppo in alcuni cantoni è una vera e propria tradizione culinaria), ha deciso di non stare più a guardare, ma di far conoscere finalmente a tutti la verità nascosta dietro canili, gattili, accalappiamenti di gatti randagi in Svizzera.

Come CollettivoAntispecista aderiamo con entusiasmo a questa campagna e a questa protesta e chiediamo a tutti gli animalisti Italiani di dare una mano a questi coraggiosi attivisti Svizzeri.

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Nel Canton Ticino, in Svizzera un dogo argentino in giovane età, nei giorni scorsi si è reso protagonista di un atto di aggressione verso il suo padrone. La stampa ticinese ha riportato a caratteri cubitali l’evento, evitando pero’ di scrivere la vera dinamica dei fatti.
Il cane era di proprietà di una persona con dei problemi di salute che lo maltrattava sistematicamente. Inoltre non è stato riportato che il dogo è sordo, che l’uomo che lo deteneva gli aveva spento una sigaretta nell’orecchio e per questo motivo il cane si è solo difeso.
Questo cane è ora affidato alla protezione animali di Bellinzona in attesa dei test comportamentali che verranno effettuati dalla veterinaria Elena Stern Balestra, la stessa che nel 2006 decise per l’uccisione (eutanasia è solo una parola di comodo, per mettere a tacere le coscienze!) di tre pitbull ritenuti aggressivi. Insomma ci sembra chiaro che il destino del dogo maltrattato è già segnato.
In un paese che si definisce civile e moderno accade dunque che un cane sano, a parte la sua sordità, venga soppresso, non ritenuto idoneo a vivere in società solo perchè ha giustamente reagito al maltrattamento subito dal suo padrone che poi l’ha scaricato in un canile non assumendosi la responsabilità di quanto fatto. Ci chiediamo anche se questo uomo che si è macchiato di reati penali quali il maltrattamento di animali verrà denunciato alle competenti autorità.
Questo altro non è che un assasinio di stato commissionato da una legge ingiusta che permette l’uccisione di un essere senziente che altra colpa non ha che quella di aver reagito ai continui abusi subiti.
Per un essere umano si chiamerebbe “legittima difesa”. Per un animale invece si tratta di una colpa così grave da espiare con la propria morte.
Senza dimenticare poi un’altra recente storia d’uccisione ingiustificata di un animale domestico da parte delle autorità ticinesi. Un cane proveniente dall’Italia infatti è stato soppresso poche settimane fa’ perché la sua nuova padrona svizzera, madre di due bambini e residente a Tenero l’ha ritenuto aggressivo nei confronti dei figli. Tale cane è stato dichiarato “non conforme” senza nemmeno l’ausilio dei test comportamentali tanto decantati dall’ufficio del veterinario cantonale come unico mezzo per decidere di fatto la sorte di un cane.
Ne hanno anche parlato lungamente i giornali italiani e la popolazione zoofila-animalista della penisola si era rivoltata di fronte a quella che è stata solo l’ennesima uccisione su commissione.

Per questi motivi vogliamo protestare e far sentire la nostra voce. Vogliamo evitare una nuova morte inutile. Vogliamo anche cercare di sensibilizzare le coscienze dei ticinesi e degli svizzeri su questa pratica barbarica e anacronistica delle uccisioni compiacenti e sottaciute.
I cani, maltrattati o non, con problemi di comportamento, sono recuperabili e l’Italia ha dimostrato di essere sensibile e all’avanguardia aprendo dei centri di recupero proprio per questo tipo di animali dal vissuto particolare (es: i cani combattenti sottratti alla mafia) e riuscendo nella maggior parte dei casi a riabilitare completamente l’animale e farlo ritornare a vivere serenamente all’interno della società.
Per il dogo si sono gia’ attivati dei volontari disposti ad accoglierlo e seguirne la riabilitazione e per dargli un futuro sereno e degno.

Vogliamo che questa brutta vicenda di sofferenza animale divenga un esempio per il futuro, per arrivare ad una legge piu’ severa in materia di soppressione e che questo dogo sia portavoce di tutti i cani e gatti uccisi nel silenzio dell’ indifferenza e dell’ ipocrisia in Svizzera.
E’ ora che il cittadino ticinese e svizzero dica basta a tutto questo.
Scriviamo il nostro pensiero, la nostra rabbia e la nostra delusione ai veterinari cantonali all’indirizzo:

Lettera tipo assolutamente da modificare e personalizzare:
Siamo a conoscenza che nel canile cantonale di Bellinzona è rinchiuso un cane di razza dogo argentino, in atteso di “sentenza” in quanto avrebbe aggredito il suo padrone. Da ciò che ci è stato riferito il cane in questione sarebbe stato oggetto di maltrattamenti dal suo proprietario e quindi è da stabilire se è realmente un cane aggressivo o più semplicemente come capita spesso, è la vittima innocente di comportamenti violenti da parte di persone irresponsabili e come al solito sarà l’unico a pagarne le conseguenze. In Svizzera non esiste una legge che protegge gli animali d’affezione, che possono venire soppressi nei canili anche per futili motivi, e questo vuoto legislativo pone esseri senzienti alla completa mercé di veterinari cantonali che ne possono decidere il loro destino senza alcuna limitazione e naturalmente che commette un reato di maltrattamento non viene mai punito.
Chiediamo che il dogo argentino in questione venga salvato e che possa essere affidato alle cure di un comportamentalista in grado di valutarne l’indole e il comportamento e se possibile al più presto possa avere un’altra possibilità. Ma se anche non potesse più essere adottato, possa comunque essere tenuto in vita in uno dei lindi e ordinati canili Svizzeri, che spesso sono solo prigioni per detenere prigionieri nel braccio della morte che li porterà alla soppressione.
Tutto questo deve finire! La Svizzera si deve adeguare ad altri paesi con leggi che non permettono queste stragi. Gli animali non sono oggetti e le protezioni animali dovrebbero appunto “proteggere” gli animali e non aiutare chi li vuole sopprimere.
Grazie per l’attenzione
Nome e Cognome
Città – Nazione

luca.bacciarini@ti.ch (Luca Bacciarini sostituto veterianario cantonale)
dss-uvc@ti.ch (Tullio Vanzetti, veterinario cantonale)
Veterinario cantonale:
Ufficio del Veterinario cantonale
All’att. Tullio Vanzetti
Via Dogana 16
6500 Bellinzona
0041/91.814.41.00

info@spab.ch (Società protezione animali di Bellinzona)
Protezione degli Animali
Casella Postale 2646
6500 Bellinzona

Stern Elena (-Balestra) veterinario comportamentalista
6558 Lostallo
Telefono: 091 830 17 19

Consolato Svizzero in Italia:
mil.consolato@eda.admin.ch
Consolato generale di Svizzera
Via Palestro 2, 20121 Milano MI

Tel. +39 02 77 79 161
Fax +39 02 76 01 42 96

Mandiamo in copia ai giornali ticinesi la nostra lettera di protesta:
Corriere del Ticino: cdt@cdt.ch
La Regione: cantone@laregione.ch
Giornale del Popolo: ticino@gdp.ch
Il Caffè: caffe@caffe.ch

gruppo di indirizzi con la (,)
luca.bacciarini@ti.ch,dss-uvc@ti.ch,info@spab.ch,mil.consolato@eda.admin.ch

gruppo di indirizzi con la (;)
luca.bacciarini@ti.ch;dss-uvc@ti.ch;info@spab.ch;mil.consolato@eda.admin.ch