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Si può essere dissidenti a soli due metri dal punto di partenza, rifugiati oltre un muro che determina un confine politico e vi ha consentito di tornare a casa sotto la protezione speciale di una principessa, dopo oltre due anni di fuga e da unici scampati a una strage che ha visto cadere quasi duecento fratelli? In Via Boncompagni, all’angolo con Via Quintino Sella, di certo si può.
Tutto ha inizio alla fine del marzo 2006, quando in un paio di giornate, senza preavviso, ignorando lo sgomento e il dolore dei cittadini, il Comune fa abbattere tutti gli olmi del viale. Con rapidità, organizzazione, furore mai riscontrati in alcun cantiere pubblico, uomini in arancione incatenano i tronchi e accendono i motori delle seghe. E’ tutto così violento e veloce che la gente, confusa, sul momento non reagisce. Immagina forse che un simile provvedimento sia dettato da ragioni molto gravi.
Ben più di 150 alberi secolari cadono sull’asfalto, con la scusa dichiarata che qualcuno è malato. E’ tanto vaga, insufficiente, che si pensa piuttosto al desiderio di eliminare il possibile intralcio delle radici al rifacimento del manto stradale da ultimare entro ottobre, data d’inaugurazione della prima edizione della Festa del Cinema. I lavori termineranno in realtà ben più di un anno dopo, e successivamente dovranno essere ripresi e corretti in parecchi punti.
Perciò, quando i rami sono carichi di gemme e di nidi di uccelli che perdono uova e pulcini, la primavera del quartiere rimbomba di lugubri schianti. Precipitano gli olmi piantati perché ricchi di foglie, ma non tanto pesanti da togliere luce durante i mesi invernali, e Via Boncompagni cambia volto per sempre.
Come un castigo, l’estate giunge particolarmente calda e coglie la strada, per la prima volta, priva di riparo. A giugno, mentre nuovi operai cospargono la carreggiata di catrame bollente, dai resti dei propri tronchi mozzati, come arabe fenici, gli alberi rinascono. Piccoli e grandi ciuffi smeraldo sbucano dal suolo. Alcuni, ad agosto, sono cespugli alti quanto una persona. Se l’Ama non è mai passata a raccogliere le cartacce gettate fra le radici, un giorno presa da repentina frenesia sopraggiunge con un paio di furgoni e li trincia uno ad uno, portandoli via assieme alla spazzatura. Degli olmi di via Boncompagni scompare ogni residua traccia.
Occorre adesso raccontare che verso la fine del viale, in direzione di Piazza Fiume e più precisamente al numero 18, sorge quella che fu la villa del principe Andrea Boncompagni Ludovisi e di sua moglie Blancheflor dei Baroni de’ Bildt, progettata dall’architetto Giovan Battista Giovenale nel 1901. Vedova e senza figli, la principessa era una solitaria amante del bello, della natura e degli animali. Prima di morire, nel 1972, stabilì di lasciare la propria abitazione in dono allo Stato, purché vi si realizzasse un’opera degna: l’attuale Museo Boncompagni Ludovisi per Arti Decorative, il Costume e la Moda, che contiene gli originari arredi della casa, oltre a oggetti di design e collezioni di abiti d’epoca donate da celebri stilisti soprattutto romani. Il parco, abbracciato da un muro, crea angolo con via Quintino Sella. E proprio qui, all’incrocio, nella tarda primavera del 2006 l’ultimo olmo prima del semaforo stabilisce di non imitare i compagni di sventura.
Anziché spuntare nell’esatto posto in cui è stata recisa, la pianta sceglie di percorrere due metri sotto il marciapiede e riemerge, non vista, oltre la cinta del giardino del Museo Boncompagni Ludovisi.
Oggi non può passare inosservata: ha le dimensioni di un arbusto che s’innalza in mezzo alle siepi di lauro, ricominciando a guardare sul viale.
Ma la sua sorte non dipende più da quel saldo elemento di continuità fra giunta e giunta rappresentato dalle epurazioni arboree, bensì, si affida all’ospitalità statale. O piuttosto all’implicita intelligenza della vita, che invano la nostra arroganza tenta di negare. E all’abbraccio di una gentildonna, antica signora della via. In quel preciso angolo di parco, infatti, l’olmo si è aperto un varco garbato fra le lapidi di Peter, Benje e diversi altri. Proprio lì, nel corso di lunghe stagioni, la principessa Blancheflor seppellì con infinita cura i suoi amatissimi cani.