Lo scrittore Giuseppe Lentini ci fa omaggio di questo suo bel racconto

By margherita, January 25, 2009 9:36 pm

- S e s t o S e n s o -

racconto di Giuseppe Lentini

In principio la sua era una piccola casa e un laghetto. Poi venne il giorno in cui decise di piantare anche un alberello in giardino. Si trattò d’un ginepro, alto appena trenta centimetri o poco meno. Cominciò così questa storia; lui era Renato.
Quello che diceva essere un giardino era una fettuccia di terra che per lui era “il giardino”. La sua casa s’affacciava sul laghetto “Margherita”, fino a quando non posero fra di essa e la riva un serpentone di mattoni e cemento. Una cosa lunga lunga e bassa, che veniva chiamata “palazzo” solo perché dentro vi erano ricavate delle minuscole abitazioni. Prima del serpentone si vedeva la campagna e, appunto, il laghetto dove Renato faceva solitarie passeggiate e altrettanto solitari e inutili tentativi di pescarvi pesce.
Quell’indebita edificazione sembrava proprio un grosso rettile strisciante lungo il margine dell’acqua. Una costruzione finita in men che non si dica, con la rapidità di quando si ha il timore d’un ribaltamento del consiglio comunale che l’ha autorizzata e la conseguente nomina di un altro sindaco forse meno accondiscendente.
Una volta privata del panorama lacustre che vi era sempre stato, la casa di Renato si
svilì come un vestito smesso. Ma egli si intestardì a indossarlo ugualmente e, per mostrare a sé stesso la propria potestà, piantò quel piccolo ginepro proprio di fronte al rettile invasore. Una volta cresciuto, pensò, gli avrebbe almeno in parte coperto la vista di quel dirimpettaio indesiderato.

Passarono sei mesi o poco meno, ma il ginepro non era cresciuto affatto. Il rammarico di Renato era grande: ne aveva avuto ogni cura, l’aveva annaffiato ogni sera, aveva comprato il concime e glielo aveva dosato a settimane alterne. A lui era parso di far bene, come le mamme che cibano di pappe e vitamine i loro bimbi, talvolta esagerando, per farli crescere più alla svelta. Perché non avrebbe dovuto funzionare anche col ginepro? Se l’era dunque aspettato due o tre centimetri più alto, invece niente. Gli suonava come un tradimento.
” Che sia un ginepro nano?” – si domandò un giorno. E perché non ci fossero
equivoci glielo domandò chiaramente: come Dio comanda? >. Ma quello rimase muto, come era giusto che fosse.
Poi venne la mattina in cui accadde il fatto: gli parve di vedere che il ginepro
lo stesse osservando con aria un po’ seccata e sguardo arcigno. Gli si avvicinò
e, non si seppe come, si sentì invitare a piegarsi per arrivargli accanto con
l’orecchio. Non ci crederà nessuno: Renato sentì il ginepro parlare. < Non sono
nano > disse. Dopo più niente.
Aveva parlato con una vocina come un ticchettìo sillabato, non una voce vera.
Sbalordito e incredulo Renato provò a stimolarlo: < Sei un albero o l'anima di
qualcheduno? … come mai parli se sei soltanto un vegetale? >. Ma l’alberello
tacque indifferente e alla fine l’altro si diede del babbeo: < Un albero che parla?
Dove si è mai sentito? Nelle favole, forse, ma nella vita reale? A dirlo in giro mi
darebbero del matto >. E bofonchiando, bofonchiando se ne andò per le sue.

- 1 -
Ma il fatto tornò a ripetersi dopo alcuni giorni, senza che se l’aspettasse. Accadde di sera. Tornato dai suoi giri, Renato aveva parcheggiato l’auto in giardino, come soleva fare. Stava giusto raccattando i suoi giornali e le cose che si portava appresso nelle girovagate sue usuali, quando l’attenzione gli cadde verso l’alberello mentre questo gli faceva segno di avvicinarsi muovendo un rametto dei suoi, proprio come facciamo noi agitando il braccio per chiamare qualcuno. Gli si avvicinò, quindi, e gli si chinò accanto porgendogli l’orecchio. < Renatino … > gli disse l’alberello.
A sentirsi chiamare per nome, financo col vezzeggiativo, Renato si sentì inebetire. Stordito e incredulo, gli si accostò più dappresso per assicurarsi di non aver sognato, ma sperando d’averlo fatto, quando il ginepro ripeté a dire: < Renatino >, con un fil di voce, anzi con un tenue scoppiettìo simile al tremulo scintillìo che talvolta si avverte nel telefono a filo.
Renato stentava a credere quello che gli stava capitando e si sforzò di supporre che si stesse trovando nel suo letto in preda a un sogno inconsueto. Sotto questa suggestione si sdraiò per terra, stese le gambe, tese l’orecchio e proprio in questa posizione udì meglio il seguito del discorso del ginepro: < Non è colpa mia se non cresco come vorresti tu. Devi avere pazienza, mi sto ambientando, ci vuole tempo. Per noi ginepri il tempo è diverso, fai conto che un mese dei tuoi per gli alberi equivale a un giorno e anche meno >.
< Di questo passo morirò assai prima di vederti coprire la vista del serpentone > gli
rispose Renato. < Ma io non potrò mai nasconderti il serpentone - rispose l'alberello -
non crescerò mai tanto: mi hanno fatto bonsai e non so farci niente >.
A quella confessione Renato si sentì vittima di un sopruso: vide stuprata quella che riteneva la legittima aspirazione a vendicarsi del vituperato serpentone. < Bonsai, bonsai - ripeté a sé stesso - mi hanno dato un bonsai, che ci potrò mai fare con un albero nano? >.

Trascorsero settimane senza che il piccolo ginepro potesse più parlare con Renato; questi, infatti, aveva accuratamente evitato ogni contatto col giardino. In quanto all’albero, non l’innaffiava più,
Qualcosa tuttavia andava agitandoglisi dentro, qualcosa che prima era stata rabbia, livore, astio mordace senza sapere bene verso chi, né verso dove. Poi cominciò lentamente a fargli capolino nella testa la ragione e presto lo rapì una malinconia a cui aveva fatto da battistrada la conclamata sua solitudine, della cui desolazione aveva sempre riso, ma che ora gli veniva a maturare malamente. E venne una sera piena di suggestione in cui stava al balcone con la mente adagiata fra le stelle e gli occhi che affogavano in un pianto incontinente.
Decise infine di scendere in giardino a parlare con “lui”, cosciente ormai che questi era divenuto incontestabilmente suo amico, l’unico che avesse.
< Ginepro > gli disse < posso chiamarti Ginepro? >
< E' questo il nome che mi avete dato voi umani.> gli rispose l’altro.
L’albero aveva pronunciato “umani” come se avesse detto “nani”, osservò Renato. Ma forse era stato solo un difetto di pronuncia, osservò ancora. < Ginepro, scusami per quel che ho detto, sono stato un somaro; ma cerca di capirmi: ero contrariato dal saperti così piccolo senza alcun rimedio; mi sono sentito vinto. >
< Si é piccoli se ci si raffronta alle apparenze. Pensi che io sia piccolo? Ma, io sono la foresta, questa rosa accanto a me è tutti i fiori, tu sei tutti gli uomini e insieme siamo la terra. Capisci? Noi siamo la terra! E la terra è l'universo intero, il mistero, ciò che chiamate Dio. Che sarà mai quel serpentone fatto di pietre, inerte? >
< Se nasco un'altra volta …. > disse allora Renato.

- 2 -

Non potei sentire il resto della frase, perché la disse in un linguaggio che potevano capire soltanto lui e Ginepro. Lo lasciai in quella posa, non potevo più udirlo, parlava con i suoni del suo sesto senso, potevano capirlo soltanto le piante e le persone eccezionali. Cosa che io non sono.

Da quella sera Renato rimase a dormire sempre lì in giardino. Ne parlarono i giornali e le televisioni, vennero da altrove gli scienziati che studiavano le piante e che avevano già scoperto che esse provano emozioni. Ma senza sapere quali.
Alcuni, venuti dall’Irlanda, studiavano di convertire i segnali chimici dei fiori, come gli odori, in segnali digitali capaci di comunicare con noi uomini. Osservarono a lungo il gineprino e Renato, ma senza capirci niente.
Se vi fosse andato un poeta avrebbe capito che Renato ha un sesto senso nel cuore, racchiuso nelle parole di Ginepro: “Io sono la foresta, questa rosa accanto a me è tutti i fiori ……..”
Non sarebbe stato il solo, l’aveva già capito Neruda quando scrisse:

“questa foglia sono tutte le foglie, / questo fiore sono tutti i petali
e una menzogna è l’abbondanza. / Perché ogni frutto é lo stesso,
gli alberi sono uno solo / ed é un solo fiore la terra”.

Poi venne Natale e il giardino si coprì di neve. Il ginepro era tutto illuminato di candeline bianche, rosse e celesti. Accanto era sorta una capannina che prima non c’era stata, fatta di paglia e sterpi; sembrava la stalla di Gesù bambino.
Dentro vi giaceva Renato, tutto imbacuccato in un montone. Dormiva beato nonostante il freddo acuto. Sembrava un bambino. Forse lo era. Gli rimasi accanto non so per quanto tempo ed egli era sempre lì, senza essersi mai spostato.

Conobbi Renato, e fu per caso, proprio in quei giorni in cui si seppe la sua cosa. Voi mi conoscete adesso ed è per caso. Ma il caso non esiste: tutto è collocato a bella posta con uno scopo preciso. Per aiutarci l’un l’altro, per aiutarmi a capire se è vero quel che dico. Se sì, cerchiamo insieme di stimolare il senso per il creato, a parlare con le piante e con tutte le creature che non capiscono il nostro linguaggio banale.
Forse mentre tento di farlo già lo faccio, forse anche voi già lo fate.
E non crediate che sia soltanto una favola di Natale: si può fare.

——————————————————— fine

” nella prossima vita, che io possa non rinascere umano ma albero,
un pino che canta fra il cielo e la terra ” (Nguyen Cong Tru)

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