Max a lieto fine

By margherita, March 23, 2009 9:51 pm

Con il ritorno del freddo è giusto regalarci un lieto fine, anche se il primo compleanno di Max, il 2 aprile di tre anni fa, non fu certo una festa. Ma sarà bene riordinare gli eventi.

Acquistato in un allevamento di Lavinio nel 2005, Max va a vivere nel giardino di una famigliola di Anzio. In casa è nato un bimbo e vige l’idea che non vi sia nulla di meglio a completare il quadro di un cucciolo di golden retriever, da tenere nel prato. Lì fuori Max trascorre da solo i suoi primi 10 mesi, tanto vuoti da indurlo a scavare buche, per ingannare il tempo. Questo non piace alla famiglia, che gli preferisce le aiuole e lo riporta all’allevamento.
Max è nervoso. Un amico della titolare, Marco – già proprietario di tre golden – trova la sistemazione ideale. Conosce un istruttore di sci di Roccaraso, 50 anni, divorziato. Fra lui e Max è amore a prima vista e trascorrono un marzo ruggente da scapoli fra le piste e il paese. Quando l’uomo è sulla neve, il cane aspetta in auto o fa il giro dei negozi.

Una sera Marco va a trovarli e rimane d’accordo di risentirsi con l’amico l’indomani. Ma il giorno successivo, colto da infarto, quello muore. Max lo veglia, poi viene chiuso in un garage per una settimana dai parenti; c’è chi parla di venderlo. Solo grazie all’appuntamento mancato Marco giunge in tempo a recuperarlo, mutato nello spirito. E’ aggressivo.

Per fortuna Marco ha un’altra amica. Si chiama Marina e ha due figli, Caterina e Diego: accolgono Max e si applicano insieme a dimostrargli che sarà per sempre. Ce ne vuole, ma alla fine funziona. Fra poco Max compirà 4 anni, ha recuperato la calma, non occorre più che Marco lo tenga d’occhio, ma lo vede sempre volentieri.

La distruzione del patrimonio verde di Roma

By margherita, March 19, 2009 5:55 pm

Un elemento che senz’altro distingue le persone normali dagli individui meno dotati è la capacità di non misurare quanto esiste al di fuori di sé secondo i piccoli parametri del nostro stare al mondo. Aver chiaro il concetto che fra una manciata di decenni al massimo ciascuno di noi non sarà più, mentre vi sono forme di vita e bellezza capaci di perdurare e accompagnare le generazioni future, ed è nostro compito accompagnarle e proteggerle.

La Valle dei Platani di Villa Borghese, e anche il Bosco Ombroso, sono lì da alcuni secoli, e le radici degli alberi si stendono sotto la terra assai più lungamente e misteriosamente di quanto l’Acea, le soprintendenze e le giunte passate e presenti non sappiano, o abbiano il diritto di valutare. Protetti da tre leggi e convenzioni internazionali che agli occhi dei nostri amministratori sembrano non contare nulla, platani, lecci, pini, querce, olmi, sono creature vive e assai più longeve di noi. Dimorano al centro della nostra città, donano ombra, verde e aria al nostro giardino più prezioso, oltre a difenderci dalle polveri sottili. Costituiscono un inestimabile bene di cui il Campidoglio è custode responsabile, e non, come sembrerebbe, distratto proprietario.

Da troppo tempo si attende la convocazione di un tavolo sul verde urbano e la costituzione di un indispensabile regolamento. Finora, nella completa indifferenza del sentire espresso dalla gente, in azione si vedono solo macchinari pesanti e motoseghe.

Se Villa Borghese a breve aspetta l’impatto con il mostruoso villaggio sponsor del concorso ippico di Piazza di Siena, che distrugge le radici affioranti dei pini e viali interi, vacilla l’ultimo corridoio verde del Fosso della Cecchignola e Colle della Strega di fronte all’avanzata del cemento, trema la preziosa Pineta Sacchetti per un colossale ampliamento della Trionfale, scricchiolano i tronchi di Castelfusano e Castel di Guido, ma anche i platani del Lungotevere hanno poco da gioire, pensando ai parcheggi interrati, alle potature fuori stagione, agli abbattimenti impropri.

E’ questa la distruzione di un patrimonio di Roma e dei suoi cittadini.

Rischiano di spezzarsi 14 pini di Via Appia se il Servizio Giardini non rimuove subito vecchi e inutili collari di ferro

By margherita, March 16, 2009 2:20 pm

Potete immaginare cosa accadrebbe se a un cucciolo di elefante venisse messo un collare molto aderente e poi fosse dimenticato lì, durante tutta la crescita? Un’idea più precisa e allarmata è già matura fra numerosi abitanti del tratto della via Appia che segue l’incrocio con via Mondragone, e non solo. Anche il pittore Massimo Livadiotti da tre anni chiede inutilmente l’intervento del Servizio Giardini riguardo i 14 pini quasi centenari al centro della carreggiata.

Bellissimi, insostituibili, stanno soffocando e si corre il pericolo che qualcuno si spezzi, a causa di antiche imbracature che nessuno rimuove. Furono applicate un paio di decenni fa, se non prima, in occasione di lavori per la metropolitana. Con ottime intenzioni: per garantire la stabilità degli alberi, attorno al tronco fu posto uno spesso anello di acciaio stretto da bulloni e fissato al suolo da tiranti.

Piccolo particolare, terminata l’opera le ferraglie rimasero sulle piante, che intanto svilupparono in altezza e in larghezza. I cavi oggi pendono lenti; con i collari hanno in comune solo la ruggine, poiché questi ultimi sono invece così serrati da aver penetrato le cortecce fino a creare impressionanti strozzature.

Secondo Giuseppe Marrocco, autorevole vivaista capitolino, la situazione è grave per tutti, ma per cinque pini si tratta di assoluta emergenza. I collari di ferro infatti rischiano di spezzare i tronchi che, con l’arrivo della primavera, potranno espandersi di 4 centimetri, con conseguenze fatali.
Gli alberi non sono affatto da abbattere, né occorrono costose cure.

Basterebbe che un operaio autorizzato dal Comune si recasse in loco con una scala e allentasse subito quei bulloni.

Segugi segregati a Lariano: sequestro delle Guardie Zoofile dell’Enpa

By margherita, March 16, 2009 1:09 am

Qualche giorno fa, in seguito a una segnalazione, il presidente dell’Enpa Roma Claudio Locuratolo si reca con le sue Guardie Zoofile a Lariano, comune nella zona dei Castelli. Gli è stato riferito che un rottweiler vive legato a catena stretta in un recinto, privo di qualsiasi riparo. Alla verifica il cane, vistosamente denutrito, nell’angusto box non dispone nemmeno della ciotola per l’acqua, e nel tentativo di ripararsi dal freddo e dalla pioggia durante tutto l’inverno, dalla disperazione è arrivato a scavarsi una buca nel terreno. Il proprietario cade dalle nuvole. Dispone in verità di un bel giardino, ma Buck è di fatto un accessorio esterno alla casa.

Mentre il veterinario ausiliario di polizia giudiziaria conferma il maltrattamento e Locuratolo stende il verbale della denuncia penale, non lontano echeggiano latrati e lamenti. Basta svoltare l’angolo e le Guardie Zoofile – attive anche nell’antibracconaggio – trovano un canile abusivo con 13 segugi, fra cui un cucciolo di tre mesi, costretti a due in gabbie di lamiera di un metro quadrato ciascuna. Alimentati a terra fra feci e urine, in ovvie condizioni di ipereccitazione, sono cani utilizzati in zona per la caccia al cinghiale.

Per stanare i suini ne occorrono moltissimi e tanti rimangono feriti o uccisi. Anche qui, i titolari trasecolano: con tutti i rapinatori in circolazione cosa sarà mai tenere ammassati e segregati negli escrementi una quindicina di cani? Eppure, gli animali sono stati posti sotto sequestro e provvisoriamente affidati ai proprietari e al Sindaco di Lariano, mentre la competente Asl RMH è invitata a vigilare su un territorio evidentemente in disordine, in attesa dei processi.

Botticelle: patetici provvedimenti del Campidoglio in tandem col Sottosegretario alla Salute

By margherita, March 6, 2009 4:43 pm

Sembrerebbe impossibile, eppure è così: dopo mesi, parole, lettere, invocazioni, proteste, firme, lacrime per i cavalli morti, nella sostanza nulla cambia. Il Sindaco ha deciso che le botticelle rimangono in città, in mezzo alle automobili. Forse, chissà quando, verranno realizzate scuderie al Galoppatoio di Villa Borghese – dopo l’ampliamento del parcheggio sotterraneo e se mai la soprintendenza concederà gli opportuni permessi, poiché alloggiare 90 cavalli più una rimessa per le carrozze richiede parecchia cubatura – ma non è nel parco che gli animali lavoreranno, come si era ipotizzato in alternativa all’auspicata dismissione del servizio.

Fra i numerosissimi cittadini che gli hanno chiesto con fervore un gesto di gentilezza e modernità, e i quarantadue vetturini, Alemanno ha scelto di accontentare i secondi. Per farlo, ha aggirato chi gli sottoponeva con chiarezza il cuore della questione, vale a dire le associazioni animaliste – prima fra tutte l’Enpa, oltre al Partito Animalista Europeo e tanti altri – convocando un raduno di esperti di vario genere, dalla veterinaria al traffico, fuorché di questioni etologiche.
Risultato di uno speciale tavolo di consulenza condotto dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini, in principio agguerrita abolizionista e poi forse trasformata lungo il cammino, sono alcuni controlli medici in più e davvero poco altro.

Quando poi si parla di “percorsi protetti”, bisognerebbe chiedersi chi venga protetto da cosa. Non certo i cavalli dai veicoli a motore, visto che non sono state stabilite piste o corsie a loro esclusivamente riservate, ma solo nuovi e più ampi itinerari turistici a beneficio dei postiglioni. Quanto alle nuove divise, ride amaro il presidente dell’Enpa Lazio Claudio Locuratolo, osservando che è come pensare di affrontare la prevenzione degli infortuni sul lavoro facendo indossare una t-shirt agli operai.

D’altro canto, è questo l’esito di lunghe consultazioni comunali e ministeriali. Esistono decisioni capaci di chiudere e risolvere i problemi. Altre, allargano il dibattito. Evidente che ci troviamo di fronte al secondo caso.

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