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Non è Blade Runner, né un’allucinazione, ma ieri mattina alle 8.53 a Villa Borghese. Varcato l’ingresso di via Pinciana, vi si profila qualcosa che non ambireste mai a descrivere su questo quotidiano, ma che soprattutto non vorreste mai vedersi svolgere sul primo prato a sinistra del viale che conduce a largo Trombadori, ai piedi di un’antica quercia.

Si tratta infatti di un uomo sui quarant’anni di razza bianca, abbronzato, altezza media e corporatura atletica, che nella parte alta del corpo indossa una maglietta nera e occhiali da sole sulla testa. Nei quartieri bassi i jeans sono calati, poiché il soggetto in questione sta compiendo proprio in mezzo al parco, con comodo e naturalezza, quanto d’abitudine si esegue in quelle stanze chiamate bagni. Più che indice evolutivo, il fatto che alla fine non utilizzi il giornale che porta infilato nella tasca posteriore dei calzoni, ma altro, vi appare come buona organizzazione.

Scorgendovi a fissarlo in compagnia di altri passanti, egli completa placido l’opera, urinando sull’insieme. E’ allora che voi chiamate il 113, e rimanete in linea per alcuni minuti, spiegando a tre diversi operatori la situazione, intanto che quello s’incammina lungo il viale dei Cavalli Marini.
Lo seguite ed egli se ne accorge, ma non mostra preoccupazione. Finalmente siete in linea con un agente della municipale, donna e cortese.

In prima battuta, sostiene che non c’è nulla da fare, poiché sarebbe stato necessario sorprenderlo sul fatto. Le ricordate che ci siete voi a testimoniare, e se non bastasse ci si può anche dilettare a recuperare qualche prova organica. Certo, non si può pretendere che gli balziate addosso in prima persona e lo ammanettiate, s’imporrebbe dunque che sopraggiunga qualcuno. Accanto a voi, habitué di Villa Borghese osservano increduli che se questo è il controllo dell’amministrazione sul territorio – la villa storica più bella e centrale di Roma una latrina a cielo aperto in piena mattina – siamo fritti.

Tant’è. L’agente è desolata: non ci sono pattuglie disponibili. Sono le 9.10, appunta il vostro numero e promette di darvi notizie. Nel frattempo l’inseguito ha estratto un cellulare e si mette a chiacchierare, dileguandosi oltre il Giardino del Lago. Alle 9.25 la Municipale richiama, per confermare che nessuno interverrà.

Niente è ingannevole quanto la pubblicità di uno zoo acquatico: i delfini infatti, anche morti, hanno per conformazione impresso sul muso quello che noi leggiamo come un sorriso, ma non corrisponde affatto al loro stato d’animo.

Fermandoci a ragionare, come possiamo credere che questi intelligentissimi mammiferi marini, nati per viaggiare liberi, possano provare piacere nel ritrovarsi prigionieri di vasche lunghe poche decine di metri, per eseguire stupidi giochi, saltare nei cerchi e ballare come marionette? Tali risultati, sia chiaro, sono ottenuti attraverso fame, abusi, isolamento e violenze fisiche.

Se in natura un delfino vive 45 anni, la metà dei cetacei catturati per finire negli spettacoli muore entro due, e il rimanente non supera i cinque, a causa di stress e malattie. Dall’entrata in vigore, nel 1973, della convenzione CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) la commercializzazione delle specie selvatiche è vietata, ma soffre di continue eccezioni. Tanto per cambiare, Roma ci propone un triste esempio di zoo marino.

Visitate il sito di Ric O’Barry, www.dolphinproject.org. Egli fu l’addestratore di Flipper, celebre delfino dello schermo. Un giorno uno dei 5 esemplari utilizzati per la serie si suicidò fra le sue braccia – smise volontariamente di respirare, tale era la sofferenza – fissandolo negli occhi. Sconvolto, O’Barry da allora dedica la vita a liberare i delfini da circhi e vessazioni. E su Youtube trovate un suo video che illustra come addestratori di tutto il mondo vadano ad acquistare i cuccioli selezionati durante le mattanze nei fiordi giapponesi: Dolphin Swim Programs & SLAUGHTER Linked!!!

Basta poco per capire che, se la natura ha previsto l’albero di una determinata forma, un motivo c’è. E nel potarlo, oltretutto nella stagione sbagliata (com’è arcinoto, nulla andrebbe tagliato durante il periodo della vegetazione, dei nidi, della contaminazione di funghi e parassiti) s’imporrebbe di rispettarne l’originaria fisionomia.

Ma a Roma no. Basta guardare gli alberi di continuo elaborati. Ultimo disastro, i platani di via Nomentana: si pratica l’elevatura.

Alla pianta viene tolto l’aspetto tondeggiante, attraverso una mutilazione che la riduce a un palo nudo con pochi rami in cima. A tali interventi corrispondono danni alle radici, quindi, privati di equilibrio e volume – come se a un uomo fossero amputate le braccia – gli alberi diventano inermi alla spinta del vento, dunque instabili. Delle gravi conseguenze delle potature effettuate di prassi, poiché più facili, veloci, affidate a manodopera non specializzata e a basso costo, si può capire meglio consultando il sito www.treeworkers.it.

Mentre nel suo bel libro “Contro la sofferenza” (Rizzoli) Luciana Marinangeli annota come tutti i pittori, dal Rinascimento agli Impressionisti, abbiano perlopiù rappresentato gli alberi come in natura, nel massimo rigoglio del fogliame che ricopre il tronco. E così li raffigurano i bambini; una nuvola di verde vicina alla terra. Il solo a disegnare alberi scheletro era Dubuffet, il quale si occupò a lungo di arte prodotta da malati di mente.

E ancora, dopo le promesse e il denaro già stanziato, giace a terra la Quercia del Quadraro, forse oltre il limite della sopravvivenza. Il comitato organizzato da Antimo Palumbo, l’intero quartiere e molti altri vorrebbero sapere perché.

Corre voce che l’iniziativa degli abitanti del Flaminio, 15 minuti di buio nelle case ogni giovedì alle 21 per incominciare, in attesa di garanzie assolute sulla salvezza dei platani del quartiere, stia per estendersi a tutta Roma.

Troppe risposte sono infatti attese da comitati, associazioni, cittadini che assistono impotenti a sistematici massacri. Poiché, se le braccia degli alberi si stendono verso il cielo, il pensiero del mondo progredito si allarga nella rivoluzione verde, le idee della nostra giunta affondano nei parcheggi interrati e calano fuori tempo e logica su rami carichi di foglie e nidi.

Come non bastassero gli abbattimenti dell’ultimo periodo, più di 1.500, un allegato relativo agli interventi prioritari dell’ordinanza 129 del 27 novembre scorso, redatta dal Sindaco, apre la via a un disegno che porterebbe alla distruzione di uno straordinario numero di platani. Lungotevere Arnaldo da Brescia, Viale del Vignola, Piazza Gentile da Fabriano, sono alcuni dei siti che dovrebbero accogliere la modernità secondo il Campidoglio: più automobili in centro e a morte gli alberi.

Anziché immaginare una viabilità migliore affidata ai mezzi pubblici e realizzare altrove gli indispensabili parcheggi, in modo da preservare il patrimonio verde secolare già presente (peraltro protetto dall’UNESCO) si pensa di eliminare i nostri alberi più diffusi, magnifici e antichi.
Se anche i platani non fossero tagliati, ma si scavasse sotto le radici, la loro sorte non cambierebbe. La fine arriverebbe lenta. Non a caso, da un anno si tenta di impedire che una condotta Acea uccida patriarchi che hanno attraversato mezzo millennio e potrebbero raggiungere i nostri pronipoti.

Ma non conta, per gli amministratori, che i platani portino ombra e ossigeno. Né che i cittadini esprimano il loro dissenso. A Ostia, in Via dei Misenati, di fronte a uno sterminio di alberi la gente si è disperata, ha supplicato ed è stata ignorata.

Parliamo di ecologia, di persone, di fruibilità. Parliamo del recente bando per creare punti di ristoro in una settantina di parchi e aree verdi della Capitale. Forse il Sindaco non ha percezione che di questo passo i parchi, tutti in condizioni vergognose, e le aree verdi non saranno più tali. Se l’impresa funziona, certo, potrà trovare facilmente un panino.

Se qualcuno può coltivare il sospetto che ci siano preferenze nella cura delle ville storiche romane, deve subito rimuoverlo. Villa Sciarra fu donata a Mussolini da Henrietta Tower Wurts, rimasta vedova nel 1928 del mecenate Giorgio Washington Wurts che l’aveva tenuta come un gioiello, riempiendo il parco di gruppi marmorei, pavoni bianchi e alberi rari. Qui, nel Casino Barberini, venne fondato l’Istituto di Studi Germanici diretto da Giovanni Gentile e nel 1936 Heidegger presentò “Holderling e l’essenza della poesia”. Qui si ambienta il duello del “Piacere” di D’Annunzio fra Sperelli e Ruotolo.

Qui oggi, dall’entrata principale, per qualche metro si incontrano belle aiuole. Ma basta oltrepassarle per scoprire, fra plastiche e giornali, quel che resta della vasca delle ninfee. Lo steccato è distrutto e sul fondale, in una pozza stagna in cui si tuffa un tubo nero, finti papiri ingialliti stringono l’anima coi denti. Limacciose anche le fonti vicine, sporchi e rotti i gradini che scendono al torrino che doveva trasformarsi in Museo della Matematica.

Un podocarpo proveniente dal Cile (a Roma non ce ne sono più di 10) ha le foglie mangiate dalla ruggine, mentre subito dopo la voliera una preziosa araucaria Bidwilli e una farnia secolare sono oppresse da un palco allestito per spettacoli. Mezzi cingolati hanno distrutto il prato. All’ingresso di via Calandrelli arriva un fiume d’acqua e fango che nasce fra un ginko biloba e un’erythina cristagalli in condizioni pietose: si deve a un rubinetto dell’impianto d’irrigazione rotto che emette getto continuo. Forse per questo le fontane vicine sono quasi a secco. C’erano magnifici allori, mutilati da una potatura che li rende sinistri.

“Sono allergico al pelo”, “ho trovato questo cane ma non posso tenerlo”, “sto cambiando casa e in quella nuova non c’è posto”, “questo cane ha morso un extracomunitario che non ha voluto testimoniare”: sono le 4 scuse più frequenti con cui, di questi tempi, chi vuole liberarsi di un animale chiama il canile della Muratella di Roma.

Se un tempo esisteva una lista d’attesa per ingressi programmati, oggi c’è solo una bacheca chiamata “cedo cane” e gli accessi avvengono attraverso Asl. Di regola soggetti feriti o aggressivi, che vanno ogni giorno a congestionare una struttura prevista per circa 320 ospiti, ma da sempre carica più del doppio della portata. Quando le adozioni stentano, alcuni operatori arrivano a portarsi via i casi disperati. Vedi Jamaica, volpino di 5 anni scaricato nel giardino del Ministero dell’Interno in quanto affetto da leishmaniosi avanzata, con insufficienza renale. Collare giamaicano, educazione perfetta. Si sta lasciando morire a casa di una volontaria.

E’ una vecchia solfa, ma bisogna ripeterla. Sterilizzare cani e gatti, maschi e femmine, anche di razza, non è crudeltà, ma civiltà e intelligenza. Al contrario, cedere alla tentazione delle cucciolate è una grave sciocchezza. Nessuno può controllare il destino dei cuccioli, che si riprodurranno a loro volta andando ad affollare un mondo che straborda. Di qui gli abbandoni.

L’idea di appagare un desiderio di maternità o paternità del cane organizzando noi una singola seduta, è un’assurda proiezione. La natura prevede una libertà a cui gli animali domestici sono per forza estranei. La sterilizzazione li protegge invece da inutili tensioni, gravidanze isteriche, tumori alla prostata e alla mammella.