Articolo 842 del Codice Civile

By margherita, January 26, 2010 10:21 pm

Di fronte agli inesausti tentativi di deregolamentare la caccia, ultimo l’emendamento alla legge comunitaria 2010 che vorrebbe abolirne i limiti temporali al voto in Senato, si omette spesso di ricordare perché molti auspichino al contrario un passo indietro. Tali motivi si riassumono in parte nell’articolo 842 del codice civile, che conferisce ai cacciatori il diritto di entrare armati nelle proprietà altrui e sparare a 150 metri dalle abitazioni.

Se i fucili a pallini hanno gittata di un centinaio di metri, le carabine per gli ungulati arrivano anche a 3.500. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2006 i cacciatori in Italia erano 765mila, dimezzati rispetto agli anni 90, e nel Lazio se ne contavano 70.242. Una minoranza che gode del privilegio di introdursi in casa di terzi, a meno che la proprietà non sia interamente e senza soluzione di continuità recintata con altezza non inferiore a m1.20. Una soluzione antiestetica e soprattutto costosa, che non tutti in campagna desiderano o possono permettersi. Ma se non ci si barrica dentro a proprie spese si è costretti a subire la presenza di estranei armati. Può trattarsi di persone educate, ma anche di gente prepotente e minacciosa. Comunque sconosciuti.

La caccia non consiste in una serie di eutanasie, ma comporta grida, rantoli, sangue, botti: può capitare che qualcuno non abbia voglia di assistere, o non desideri che i propri bambini guardino, in casa propria. I requisiti psicofisici minimi stabiliti dal Ministero della Salute per il rilascio del porto d’armi da caccia contemplano un occhio solo con gli occhiali (per ladifesa personale la visione dev’essere binoculare) e arti superiori sostituiti da protesi, purché buone.

Botticelle: sarà la volta buona?

By margherita, January 18, 2010 11:57 am

E’ bello iniziare l’anno col cuore caldo di speranze, e la riconoscenza va a chi ce le infonde. Così tutti quanti sanno che il cavallo è l’animale più diffusamente sfruttato e maltrattato, oltre che bestia da carne, hanno salutato con gioia l’annuncio del sottosegretario alla Salute Francesca Martini dello studio di una proposta di legge per proibirne la macellazione e tutelarne la vita.

L’impresa è titanica. Si scontra con gli interessi dell’industria alimentare e con la logica usa e getta del pianeta sportivo di cui il cavallo è protagonista – corse, salto ostacoli, passeggiate. Stride con le esigenze del commercio e degli allevatori: una produzione che mira ai grandi numeri, ma è in contrasto col fatto che i cavalli anziani alla fine debbano essere collocati da qualche parte, e mantenuti da qualcuno.

Ma sono difficoltà che il sottosegretario Martini, anticipando l’intenzione di muoversi in difesa di tutti i cavalli d’Italia, avrà ben valutato, memore dell’impossibilità di aiutare i soli 90 delle botticelle romane. Per loro, l’onorevole si prodigò a fine 2008, offrendo al sindaco Alemanno il contributo di un tavolo tecnico che fornisse le ragioni per cui era opportuno toglierli dal traffico.

Erano appena morti due cavalli in circostanze drammatiche. Per un anno i quotidiani dedicarono al tema attenzione straordinaria, travolti da lettere di cittadini (mai interrotte) desiderosi di non vedere più gli animali soffrire in strada. Una conferenza stampa organizzata dall’Enpa appassionò le testate di tutto il mondo, dagli USA alla Cina. Il tavolo si pronunciò nel marzo 2009, ma forse non fu ascoltato, e nulla cambiò. Sarebbe splendido se le speranze ripartissero da quei 90.

Abeti: ora che è finita, ragioniamo?

By margherita, January 7, 2010 12:26 am

Ora che è finita, smantellate le decorazioni, non è raro purtroppo vedere abeti buttati per strada, spesso con rami e punta spezzati, come fossero immondizia. E’ uno spettacolo tristissimo. Ma lo era pure, a rifletterci, guardarli qualche giorno fa, addobbati di palle e lustrini accanto al termosifone del Natale domestico. Lo stesso abete in piazza, quello istituzionale, è un simbolo molto discutibile.

Nei giorni precedenti alle feste, la Coldiretti aveva dichiarato aspettative di vendita sugli abetini, allevati da mille aziende agricole specializzate, nel numero di 6.5 milioni, per un fatturato di 140 milioni di euro. Questo giro di denaro non impedisce affatto di chiederci se sulla moquette e in mezzo alle automobili il sacrificio di queste conifere di montagna sia al giorno d’oggi così carino.

Che l’albero sintetico sia meno ecologico è tutto da vedersi: la plastica è riciclabile, si acquista una volta sola e dura. L’abete è una creatura viva che perlopiù, passate le feste, morirà. Gettato via come un oggetto inutile. Qualcuno prova a ripiantarlo, ma non sempre si trova dove, e in moltissime regioni e città il clima non è propizio.

A Roma per fare un esempio, da qualche stagione, lodando chi scelga di acquistare l’albero autentico, Ama e Forestale organizzano punti di raccolta delle piante dismesse, annunciando di ripiantumare quelle in migliori condizioni e trasformare in compost (che viene poi rivenduto!) il resto. Non c’è motivo di dubitare di una promessa virtuosa; ma si ignora dove tali riforestazioni avvengano, e quanti alberi passino poi la selezione.

Riguardo gli immensi abeti esposti pubblicamente, come quelli che nella Capitale si vedono non solo a piazza San Pietro, ma pure da quest’anno a piazza Venezia, a Trinità dei Monti e in Campidoglio, si tratta di esemplari, prima o poi, destinati all’abbattimento per l’industria del legno. Sorte prestabilita da dottori forestali, artefici di sterminati, monotematici boschi.

Tuttavia, prima del 1982 nessuno aveva mai sognato che Piazza San Pietro potesse necessitare di un abete morente. Fu un polacco che portò di persona a papa Wojtyla un albero mozzato, inaugurando una tradizione cui un numero straordinario di persone sensibili chiede inutilmente al Vaticano di rinunciare.

Ragioniamo un po’, in vista dell’anno prossimo?

Grazie alla LIPU di Roma

By margherita, January 6, 2010 11:52 pm

Pochi hanno la reale percezione dell’impegno profuso da associazioni animaliste e da tanti privati a favore di randagi e selvatici: e fra quei pochi non ci sono le istituzioni. Volontari, guardie zoofile, gattare, ma anche semplici appassionati, svolgono un ruolo fondamentale donando tempo, energie e denaro, con il risultato di contare molto poco.

Non si considera a sufficienza che, ad esempio, sterilizzare, vaccinare e mantenere una colonia felina è un costoso dono anche nell’interesse pubblico. E pure quando le amministrazioni danno un contributo, è ben modesto rispetto al servizio reso.

Un esempio speciale lo offre il centro di recupero della Lipu in via Aldrovandi, a Roma, unico per l’intera Regione. Gode di una sovvenzione di 120mila euro l’anno. Con questi soldi vanno mantenuti, medicati, all’occorrenza operati i 5mila animali accolti gratuitamente fra uccelli, mammiferi e rettili. Una media fra i 2 e i 20 ingressi al giorno d’inverno, anche 100 in primavera-estate. Nella cifra rientrano spese veterinarie e i compensi (mille euro) delle due esperte che sole portano avanti il centro, Francesca Manzia e Valentina Studer. Una settimana di vacanza a testa l’anno, aperto la domenica, sportello attivo anche per consulenze telefoniche.

Da Roma e da tutto il Lazio giungono rapaci impallinati dai cacciatori – aquile, poiane, gufi, falchi – ma anche cinghiali, più difficili da collocare. E ancora lupi, tassi, volpi, serpenti, tartarughe, passeri, istrici, ricci, piccioni. In primavera, caduti dai nidi, rondini, rondoni, balestrucci. Nonché gabbiani intossicati: mangiando rifiuti dalle nostre discariche capita che vengono recapitati con le zampe paralizzate, in stato confusionale.

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