Ancora all’interno di Villa Borghese, proprio nell’ultimo tratto di parco scendendo da viale Giorgio Washington verso piazzale Flaminio, sulla destra, sembra sia stato stabilito di realizzare l’uscita della metropolitana. Infatti c’è una zona recintata, con cartello che indica autorizzazioni e fine lavori al marzo 2010. L’area scelta per lo sbocco ferroviario fa ancora parte della Villa, che com’è noto è un S.I.C. (sito di interesse comunitario) e abbraccia il letto di un antico laghetto oggi prosciugato, attorno al quale sorgono otto platani eccezionali.

Centenari, alti oltre trenta metri, grazie alla posizione privilegiata non hanno mai avuto bisogno di essere potati, né avrebbero tale necessità in futuro. Bisogna annotare infatti che molti interventi drastici in città si effettuano a causa della scarsa tolleranza mostrata verso gli alberi, i cui rami sono accusati di togliere luce, portare insetti, danneggiare i cornicioni. Liberi di estendere le lussureggianti chiome originarie, gli otto platani di viale Washington sono forse i più titanici della Capitale, e proprio fra loro dovrebbe, in qualche modo, sbucare la stazione. Ci si chiede se Regione e Soprintendenza, al momento di accordare i permessi, abbiano valutato bene l’impatto degli scavi su salute e stabilità di esemplari che da oltre un secolo vivono in zona protetta.

Attorno a ciascuno dei platani oggi si scorgono stretti reticolati neri: si spera che non vogliano suggerire la distanza delle trincee. Queste distruggerebbero le radici, andando a richiedere, a compensazione, una vera e propria capitozzatura. Ovvero una mutilazione che trasformerebbe gli alberi in pali spogli e inermi a intemperie e malattie.

link http://roma.repubblica.it/dettaglio/villa-borghese-una-discoteca-a-piazza-di-siena/1685948#commentatutti

Basta poco per capire che, se la natura ha previsto l’albero di una determinata forma, un motivo c’è. E nel potarlo, oltretutto nella stagione sbagliata (com’è arcinoto, nulla andrebbe tagliato durante il periodo della vegetazione, dei nidi, della contaminazione di funghi e parassiti) s’imporrebbe di rispettarne l’originaria fisionomia.

Ma a Roma no. Basta guardare gli alberi di continuo elaborati. Ultimo disastro, i platani di via Nomentana: si pratica l’elevatura.

Alla pianta viene tolto l’aspetto tondeggiante, attraverso una mutilazione che la riduce a un palo nudo con pochi rami in cima. A tali interventi corrispondono danni alle radici, quindi, privati di equilibrio e volume – come se a un uomo fossero amputate le braccia – gli alberi diventano inermi alla spinta del vento, dunque instabili. Delle gravi conseguenze delle potature effettuate di prassi, poiché più facili, veloci, affidate a manodopera non specializzata e a basso costo, si può capire meglio consultando il sito www.treeworkers.it.

Mentre nel suo bel libro “Contro la sofferenza” (Rizzoli) Luciana Marinangeli annota come tutti i pittori, dal Rinascimento agli Impressionisti, abbiano perlopiù rappresentato gli alberi come in natura, nel massimo rigoglio del fogliame che ricopre il tronco. E così li raffigurano i bambini; una nuvola di verde vicina alla terra. Il solo a disegnare alberi scheletro era Dubuffet, il quale si occupò a lungo di arte prodotta da malati di mente.

E ancora, dopo le promesse e il denaro già stanziato, giace a terra la Quercia del Quadraro, forse oltre il limite della sopravvivenza. Il comitato organizzato da Antimo Palumbo, l’intero quartiere e molti altri vorrebbero sapere perché.

Corre voce che l’iniziativa degli abitanti del Flaminio, 15 minuti di buio nelle case ogni giovedì alle 21 per incominciare, in attesa di garanzie assolute sulla salvezza dei platani del quartiere, stia per estendersi a tutta Roma.

Troppe risposte sono infatti attese da comitati, associazioni, cittadini che assistono impotenti a sistematici massacri. Poiché, se le braccia degli alberi si stendono verso il cielo, il pensiero del mondo progredito si allarga nella rivoluzione verde, le idee della nostra giunta affondano nei parcheggi interrati e calano fuori tempo e logica su rami carichi di foglie e nidi.

Come non bastassero gli abbattimenti dell’ultimo periodo, più di 1.500, un allegato relativo agli interventi prioritari dell’ordinanza 129 del 27 novembre scorso, redatta dal Sindaco, apre la via a un disegno che porterebbe alla distruzione di uno straordinario numero di platani. Lungotevere Arnaldo da Brescia, Viale del Vignola, Piazza Gentile da Fabriano, sono alcuni dei siti che dovrebbero accogliere la modernità secondo il Campidoglio: più automobili in centro e a morte gli alberi.

Anziché immaginare una viabilità migliore affidata ai mezzi pubblici e realizzare altrove gli indispensabili parcheggi, in modo da preservare il patrimonio verde secolare già presente (peraltro protetto dall’UNESCO) si pensa di eliminare i nostri alberi più diffusi, magnifici e antichi.
Se anche i platani non fossero tagliati, ma si scavasse sotto le radici, la loro sorte non cambierebbe. La fine arriverebbe lenta. Non a caso, da un anno si tenta di impedire che una condotta Acea uccida patriarchi che hanno attraversato mezzo millennio e potrebbero raggiungere i nostri pronipoti.

Ma non conta, per gli amministratori, che i platani portino ombra e ossigeno. Né che i cittadini esprimano il loro dissenso. A Ostia, in Via dei Misenati, di fronte a uno sterminio di alberi la gente si è disperata, ha supplicato ed è stata ignorata.

Parliamo di ecologia, di persone, di fruibilità. Parliamo del recente bando per creare punti di ristoro in una settantina di parchi e aree verdi della Capitale. Forse il Sindaco non ha percezione che di questo passo i parchi, tutti in condizioni vergognose, e le aree verdi non saranno più tali. Se l’impresa funziona, certo, potrà trovare facilmente un panino.

Se qualcuno può coltivare il sospetto che ci siano preferenze nella cura delle ville storiche romane, deve subito rimuoverlo. Villa Sciarra fu donata a Mussolini da Henrietta Tower Wurts, rimasta vedova nel 1928 del mecenate Giorgio Washington Wurts che l’aveva tenuta come un gioiello, riempiendo il parco di gruppi marmorei, pavoni bianchi e alberi rari. Qui, nel Casino Barberini, venne fondato l’Istituto di Studi Germanici diretto da Giovanni Gentile e nel 1936 Heidegger presentò “Holderling e l’essenza della poesia”. Qui si ambienta il duello del “Piacere” di D’Annunzio fra Sperelli e Ruotolo.

Qui oggi, dall’entrata principale, per qualche metro si incontrano belle aiuole. Ma basta oltrepassarle per scoprire, fra plastiche e giornali, quel che resta della vasca delle ninfee. Lo steccato è distrutto e sul fondale, in una pozza stagna in cui si tuffa un tubo nero, finti papiri ingialliti stringono l’anima coi denti. Limacciose anche le fonti vicine, sporchi e rotti i gradini che scendono al torrino che doveva trasformarsi in Museo della Matematica.

Un podocarpo proveniente dal Cile (a Roma non ce ne sono più di 10) ha le foglie mangiate dalla ruggine, mentre subito dopo la voliera una preziosa araucaria Bidwilli e una farnia secolare sono oppresse da un palco allestito per spettacoli. Mezzi cingolati hanno distrutto il prato. All’ingresso di via Calandrelli arriva un fiume d’acqua e fango che nasce fra un ginko biloba e un’erythina cristagalli in condizioni pietose: si deve a un rubinetto dell’impianto d’irrigazione rotto che emette getto continuo. Forse per questo le fontane vicine sono quasi a secco. C’erano magnifici allori, mutilati da una potatura che li rende sinistri.

Il 19 aprile, con sgomento dei cittadini, i lavori di pedonalizzazione di Piazza Anco Marzio e strade limitrofe di Ostia realizzati dall’Atac cambiano volto. In una sola giornata infatti, senza permessi né preavvisi, in via dei Misenati una squadra di operai abbatte dieci fra platani e pioppi. Alberi piantati subito dopo la Guerra. La gente, salvo alcuni negozianti, protesta e si dispera. C’è qualche tafferuglio. La spiegazione è che gli esemplari verranno sostituiti con palme nane.

Ignorando le proteste di singoli, dei Verdi, del Comitato Paranzella, il Consiglio Municipale si riunisce e ribadisce la propria approvazione. Una settimana dopo, cadono altri sei alberi. Poiché qualcuno insinua che le piante siano malate, dalla Regione si ottiene una sospensione dei tagli finché l’assessore all’agricoltura del XIII Municipio non si esprima riguardo al loro stato di salute. Da circolare ministeriale, infatti, gli abbattimenti riguardano solo i soggetti affetti da cancro colorato. Sia l’assessore che il servizio fitosanitario della Regione dichiarano gli alberi perlopiù sani, e nessuno colpito da cancro colorato. Il giorno dopo, tutti i platani rimanenti vengono eliminati. Al loro posto, nei mesi a seguire, non compare alcuna palma nana, piuttosto fioriere di cemento.

Nei giorni scorsi, la Commissioni Ambiente del XIII Municipio comunica ufficialmente e all’unanimità l’intenzione di ripiantare platani in via dei Misenati. Comitato Paranzella e cittadini avrebbero alcune domande: perché? Chi pagherà? Avverrà una regolare gara d’appalto fra i vivai? Quanti anni occorreranno perché gli alberi nuovi portino a via dei Misenati l’ombra di quelli inspiegabilmente tolti?

Il 23 marzo, quando la grande quercia del Quadraro viene giù di colpo, tutti notano il pianto di Valeria. Le lacrime non sono rivolte alla sua automobile, appena sbriciolata dal più antico albero di Roma Sud – una farnia di oltre 400 anni – ma al gigante stramazzato. Non censita, la quercia è regolarmente sottoposta al taglio dei rami da parte dei vigili del fuoco, ma senza assistenza botanica, come si dovrebbe a una pianta antica viva. Subito infatti si vede che parte delle radici è rimasta nella terra. All’origine del disastro, lavori sotterranei.

Sopraggiunge Antimo Palumbo, storico degli alberi. Nasce il Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro. Sergione, autorità del quartiere, fa stampare un manifesto che viene attaccato persino sopra il ponte. L’agronomo Raffaele Fabozzi redige una perizia: le foglie sono “verdi e turgide”, vale la pena raddrizzare la farnia. Segue conferma di Saverio Allegretti, agronomo della Regione. Vengono raccolte 3.000 firme. L’albero risiede su un terreno privato, è caduto su un secondo e bisogna passare attraverso un terzo, sia per annaffiarlo che per rialzarlo con la gru. Reperibilità e disponibilità non sono le parole d’ordine dei proprietari, ma due avvocati e Fabio Piattoni, delegato all’Ambiente del VI Municipio, ottengono le liberatorie. Dalla Regione, sembra che l’assessore Zaratti abbia reperito i fondi –quasi 10.000 euro – necessari a pagare i mezzi.

Spetta tuttavia al Servizio Giardini capitolino, che tace, passare all’azione.

Intanto i ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia, corso di Daniele Segre, girano un appassionato documentario in attesa di finale.

Esiste un precedente: la Quercia delle Cento Pecore, patriarca di 800 anni caduto nel gennaio 2008 vicino Lecce e sopravvissuto così tre mesi, salvo infine grazie a tale Oreste Caroppo.

Il tempo ci aiuta a tirare le somme, ed è chiaro ormai che il Quadraro, come un sol uomo, rivuole la sua quercia in piedi. Ma il tempo è fatto anche di momenti, ed è giunto quello del caldo, dei funghi che hanno attaccato la corteccia, della morte che si avvicina rapida. Perché tutto quanto di bello è accaduto non vada perso, la quercia dev’essere tirata su dal Servizio Giardini ora.

Se tre metri non erano una distanza di sicurezza, dato che per non uccidere gli alberi antichi di Villa Borghese le ruspe Acea avrebbero dovuto tenersi 16 volte più lontane, guardando le ferite che già lacerano il Bosco Ombroso e la Valle dei Platani si appura che nemmeno quel limite è stato rispettato. Baratri attaccati ai tronchi grazie a soprintendenze e Comune.

Ora le macchine puntano contro il primo platano monumentale, oltre 400 anni, tre leggi internazionali che lo rendono intoccabile in aggiunta al al comune buon senso: elementi insufficienti ai nostri amministratori. L’unico fruscio che giunge da quelle parti è una convocazione dell’assessore De Lillo ai soli Amici di Villa Borghese e Legambiente, fra tutte le associazioni, per l’8 giugno, a lavori conclusi. Un atteggiamento in linea con quanto accade nell’intera città. Potature fuori stagione con stragi di nidiate, continui abbattimenti.

Perciò, mercoledì mattina alle 11, alla Valle dei Platani si raduneranno in protesta non solo gli Amici di Villa Borghese, Legambiente (che al riguardo ha presentato tre esposti) il Comitato in difesa di Villa Borghese, ma anche il Comitato per il Verde Urbano di Annamaria Procacci, l’Associazione Colle della Strega, i cittadini del II Municipio che nei giorni scorsi, votando all’unanimità, ha chiesto al Comune la sospensione dei lavori. E ancora, l’Associazione Adea Amici degli Alberi di Antimo Palumbo, dall’Abruzzo il Giardino dei Ligustri, il comitato in lotta per scongiurare la distruzione dei platani di Viale del Vignola, e da Ostia il Comitato Parazella, furioso per l’abbattimento ingiustificato di 30 fra platani e pioppi dichiarati malati, ma in verità sani.

Assistete al maltrattamento di un cane e volete segnalarlo, avete bisogno di aiuto per gestire una colonia felina, vedete rami carichi di nidi e foglie crollare in pieno maggio sotto le seghe di potatori folli, o mesti cavalli scivolare sull’asfalto? Niente paura, sareste autorizzati a pensare: Roma è una città che sembra attentissima agli animali. C’è un assessore con delega ai loro diritti e uno specifico ufficio preposto allo scopo, direttori e consulenti di vario genere. Non abbiamo, come nelle altre città, uno zoo, ma un luogo che si chiama Bioparco. E poi, basta aprire i giornali. Il numero di figure coinvolte dalle peripezie della vita extra-umana è notevole. Su botticelle, canili, alberi della Capitale, esprimono continui e appassionati pareri amministratori, sottosegretari e ministri di Stato, esponenti dell’opposizione.

Ma al momento di verificare se tanto interessamento corrisponda a qualche fatto o programma, si rimane proprio meravigliati. L’Ufficio diritti animali è stato da poco ribattezzato Ufficio tutela del benessere animale, ma il sito internet è rimasto identico a prima, salvo l’aggiunta di immagini dell’assessore De Lillo e l’abolizione del numero di telefono. Vero è che il precedente call center faceva riferimento a una società di Padova, era inutilmente costoso e smistava le chiamate al canile della Muratella. Ma allora ci si chiede in cosa consista, all’atto pratico, questo ufficio, questa difesa dei diritti animali che il Comune ci offre.

Canili e gattili sono in verità assai lontani da una risoluzione dei problemi e al contrario in mezzo a un cieco braccio di ferro fra la vecchia gestione e una totale incapacità di pensare il rinnovamento, e chi ne fa le gravi spese sono gli animali. Oltre il nome, il Bioparco rimane quello che era: una sinistra infilata di gabbie. Infine gli alberi e la biodiversità che in questi giorni viene distrutta. Piante, insetti e uccelli massacrati contro ogni logica. Ci domandiamo perché queste potature fuori stagione. Vorremmo sapere dove finisce la biomassa. Non servirà forse a alimentare gli impianti per realizzare il compost?

Sapevate che Villa Aldobrandini a Roma, quel piccolo giardino vicino largo Magna Napoli, è pieno di alberi rari, nonché teatro di un matrimonio fra una preziosa casuarina e un coccolus laurifolius? Nel tempo lui si è interamente attorcigliato intorno a lei, ma non le fa alcun male. Molto altro si può apprendere da “Incontri con alberi straordinari”, passeggiate domenicali organizzate da Antimo Palumbo, presidente di Adea – amici degli alberi .

Vedi la provenienza delle due grandi phitolacche dioiche piantate nel 1911, in occasione del cinquantesimo anniversario di Roma Capitale. Donata dal viaggiatore Baldassarre Odescalchi quella nel giardinetto interno accanto alla scalinata del Campidoglio; regalo della comunità argentina l’altra che svetta – in condizioni di salute oggi precarie – sotto il faro del Gianicolo: si tratta di un alto fusto della Pampas altrimenti detto ombù, dal tronco largo e capace di inglobare ogni cosa. Oltre ai ciliegi di questi tempi in fiore e allo spettacolare cercis siliquastrum del Palatino quasi adagiato a terra che dovrebbe portar fortuna ai baci degli innamorati, Palumbo segnala alcuni scomparsi.

Come la maggior parte dei diciannove alberi donati nel 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, allora governato proprio da Alemanno, per commemorare i caduti di Nassirya. Furono piantati a Villa Glori, conosciuta anche come Parco della Rimembranza, a seguito di una raccolta di firme fra cinquemila romani, attorno a una celebre scultura di Paolo Canevari dal titolo “L’uomo erba”. Per misteriose ragioni, che si sia trattato di cattiva manutenzione o addirittura di furti, oggi non ne sono rimasti che due o tre.