Category: alberi e piante

L’inspiegabile distruzione dei platani di Ostia

By margherita, June 27, 2009 12:27 am

Il 19 aprile, con sgomento dei cittadini, i lavori di pedonalizzazione di Piazza Anco Marzio e strade limitrofe di Ostia realizzati dall’Atac cambiano volto. In una sola giornata infatti, senza permessi né preavvisi, in via dei Misenati una squadra di operai abbatte dieci fra platani e pioppi. Alberi piantati subito dopo la Guerra. La gente, salvo alcuni negozianti, protesta e si dispera. C’è qualche tafferuglio. La spiegazione è che gli esemplari verranno sostituiti con palme nane.

Ignorando le proteste di singoli, dei Verdi, del Comitato Paranzella, il Consiglio Municipale si riunisce e ribadisce la propria approvazione. Una settimana dopo, cadono altri sei alberi. Poiché qualcuno insinua che le piante siano malate, dalla Regione si ottiene una sospensione dei tagli finché l’assessore all’agricoltura del XIII Municipio non si esprima riguardo al loro stato di salute. Da circolare ministeriale, infatti, gli abbattimenti riguardano solo i soggetti affetti da cancro colorato. Sia l’assessore che il servizio fitosanitario della Regione dichiarano gli alberi perlopiù sani, e nessuno colpito da cancro colorato. Il giorno dopo, tutti i platani rimanenti vengono eliminati. Al loro posto, nei mesi a seguire, non compare alcuna palma nana, piuttosto fioriere di cemento.

Nei giorni scorsi, la Commissioni Ambiente del XIII Municipio comunica ufficialmente e all’unanimità l’intenzione di ripiantare platani in via dei Misenati. Comitato Paranzella e cittadini avrebbero alcune domande: perché? Chi pagherà? Avverrà una regolare gara d’appalto fra i vivai? Quanti anni occorreranno perché gli alberi nuovi portino a via dei Misenati l’ombra di quelli inspiegabilmente tolti?

La Quercia del Quadraro

By margherita, June 14, 2009 8:49 pm

Il 23 marzo, quando la grande quercia del Quadraro viene giù di colpo, tutti notano il pianto di Valeria. Le lacrime non sono rivolte alla sua automobile, appena sbriciolata dal più antico albero di Roma Sud – una farnia di oltre 400 anni – ma al gigante stramazzato. Non censita, la quercia è regolarmente sottoposta al taglio dei rami da parte dei vigili del fuoco, ma senza assistenza botanica, come si dovrebbe a una pianta antica viva. Subito infatti si vede che parte delle radici è rimasta nella terra. All’origine del disastro, lavori sotterranei.

Sopraggiunge Antimo Palumbo, storico degli alberi. Nasce il Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro. Sergione, autorità del quartiere, fa stampare un manifesto che viene attaccato persino sopra il ponte. L’agronomo Raffaele Fabozzi redige una perizia: le foglie sono “verdi e turgide”, vale la pena raddrizzare la farnia. Segue conferma di Saverio Allegretti, agronomo della Regione. Vengono raccolte 3.000 firme. L’albero risiede su un terreno privato, è caduto su un secondo e bisogna passare attraverso un terzo, sia per annaffiarlo che per rialzarlo con la gru. Reperibilità e disponibilità non sono le parole d’ordine dei proprietari, ma due avvocati e Fabio Piattoni, delegato all’Ambiente del VI Municipio, ottengono le liberatorie. Dalla Regione, sembra che l’assessore Zaratti abbia reperito i fondi –quasi 10.000 euro – necessari a pagare i mezzi.

Spetta tuttavia al Servizio Giardini capitolino, che tace, passare all’azione.

Intanto i ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia, corso di Daniele Segre, girano un appassionato documentario in attesa di finale.

Esiste un precedente: la Quercia delle Cento Pecore, patriarca di 800 anni caduto nel gennaio 2008 vicino Lecce e sopravvissuto così tre mesi, salvo infine grazie a tale Oreste Caroppo.

Il tempo ci aiuta a tirare le somme, ed è chiaro ormai che il Quadraro, come un sol uomo, rivuole la sua quercia in piedi. Ma il tempo è fatto anche di momenti, ed è giunto quello del caldo, dei funghi che hanno attaccato la corteccia, della morte che si avvicina rapida. Perché tutto quanto di bello è accaduto non vada perso, la quercia dev’essere tirata su dal Servizio Giardini ora.

Mercoledì 3 giugno alle 11 alla Valle dei Platani

By margherita, June 1, 2009 6:07 pm

Se tre metri non erano una distanza di sicurezza, dato che per non uccidere gli alberi antichi di Villa Borghese le ruspe Acea avrebbero dovuto tenersi 16 volte più lontane, guardando le ferite che già lacerano il Bosco Ombroso e la Valle dei Platani si appura che nemmeno quel limite è stato rispettato. Baratri attaccati ai tronchi grazie a soprintendenze e Comune.

Ora le macchine puntano contro il primo platano monumentale, oltre 400 anni, tre leggi internazionali che lo rendono intoccabile in aggiunta al al comune buon senso: elementi insufficienti ai nostri amministratori. L’unico fruscio che giunge da quelle parti è una convocazione dell’assessore De Lillo ai soli Amici di Villa Borghese e Legambiente, fra tutte le associazioni, per l’8 giugno, a lavori conclusi. Un atteggiamento in linea con quanto accade nell’intera città. Potature fuori stagione con stragi di nidiate, continui abbattimenti.

Perciò, mercoledì mattina alle 11, alla Valle dei Platani si raduneranno in protesta non solo gli Amici di Villa Borghese, Legambiente (che al riguardo ha presentato tre esposti) il Comitato in difesa di Villa Borghese, ma anche il Comitato per il Verde Urbano di Annamaria Procacci, l’Associazione Colle della Strega, i cittadini del II Municipio che nei giorni scorsi, votando all’unanimità, ha chiesto al Comune la sospensione dei lavori. E ancora, l’Associazione Adea Amici degli Alberi di Antimo Palumbo, dall’Abruzzo il Giardino dei Ligustri, il comitato in lotta per scongiurare la distruzione dei platani di Viale del Vignola, e da Ostia il Comitato Parazella, furioso per l’abbattimento ingiustificato di 30 fra platani e pioppi dichiarati malati, ma in verità sani.

Roma e gli animali

By margherita, May 20, 2009 7:53 pm

Assistete al maltrattamento di un cane e volete segnalarlo, avete bisogno di aiuto per gestire una colonia felina, vedete rami carichi di nidi e foglie crollare in pieno maggio sotto le seghe di potatori folli, o mesti cavalli scivolare sull’asfalto? Niente paura, sareste autorizzati a pensare: Roma è una città che sembra attentissima agli animali. C’è un assessore con delega ai loro diritti e uno specifico ufficio preposto allo scopo, direttori e consulenti di vario genere. Non abbiamo, come nelle altre città, uno zoo, ma un luogo che si chiama Bioparco. E poi, basta aprire i giornali. Il numero di figure coinvolte dalle peripezie della vita extra-umana è notevole. Su botticelle, canili, alberi della Capitale, esprimono continui e appassionati pareri amministratori, sottosegretari e ministri di Stato, esponenti dell’opposizione.

Ma al momento di verificare se tanto interessamento corrisponda a qualche fatto o programma, si rimane proprio meravigliati. L’Ufficio diritti animali è stato da poco ribattezzato Ufficio tutela del benessere animale, ma il sito internet è rimasto identico a prima, salvo l’aggiunta di immagini dell’assessore De Lillo e l’abolizione del numero di telefono. Vero è che il precedente call center faceva riferimento a una società di Padova, era inutilmente costoso e smistava le chiamate al canile della Muratella. Ma allora ci si chiede in cosa consista, all’atto pratico, questo ufficio, questa difesa dei diritti animali che il Comune ci offre.

Canili e gattili sono in verità assai lontani da una risoluzione dei problemi e al contrario in mezzo a un cieco braccio di ferro fra la vecchia gestione e una totale incapacità di pensare il rinnovamento, e chi ne fa le gravi spese sono gli animali. Oltre il nome, il Bioparco rimane quello che era: una sinistra infilata di gabbie. Infine gli alberi e la biodiversità che in questi giorni viene distrutta. Piante, insetti e uccelli massacrati contro ogni logica. Ci domandiamo perché queste potature fuori stagione. Vorremmo sapere dove finisce la biomassa. Non servirà forse a alimentare gli impianti per realizzare il compost?

Alberi straordinari a Roma

By margherita, April 2, 2009 1:02 am

Sapevate che Villa Aldobrandini a Roma, quel piccolo giardino vicino largo Magna Napoli, è pieno di alberi rari, nonché teatro di un matrimonio fra una preziosa casuarina e un coccolus laurifolius? Nel tempo lui si è interamente attorcigliato intorno a lei, ma non le fa alcun male. Molto altro si può apprendere da “Incontri con alberi straordinari”, passeggiate domenicali organizzate da Antimo Palumbo, presidente di Adea – amici degli alberi .

Vedi la provenienza delle due grandi phitolacche dioiche piantate nel 1911, in occasione del cinquantesimo anniversario di Roma Capitale. Donata dal viaggiatore Baldassarre Odescalchi quella nel giardinetto interno accanto alla scalinata del Campidoglio; regalo della comunità argentina l’altra che svetta – in condizioni di salute oggi precarie – sotto il faro del Gianicolo: si tratta di un alto fusto della Pampas altrimenti detto ombù, dal tronco largo e capace di inglobare ogni cosa. Oltre ai ciliegi di questi tempi in fiore e allo spettacolare cercis siliquastrum del Palatino quasi adagiato a terra che dovrebbe portar fortuna ai baci degli innamorati, Palumbo segnala alcuni scomparsi.

Come la maggior parte dei diciannove alberi donati nel 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, allora governato proprio da Alemanno, per commemorare i caduti di Nassirya. Furono piantati a Villa Glori, conosciuta anche come Parco della Rimembranza, a seguito di una raccolta di firme fra cinquemila romani, attorno a una celebre scultura di Paolo Canevari dal titolo “L’uomo erba”. Per misteriose ragioni, che si sia trattato di cattiva manutenzione o addirittura di furti, oggi non ne sono rimasti che due o tre.

La distruzione del patrimonio verde di Roma

By margherita, March 19, 2009 5:55 pm

Un elemento che senz’altro distingue le persone normali dagli individui meno dotati è la capacità di non misurare quanto esiste al di fuori di sé secondo i piccoli parametri del nostro stare al mondo. Aver chiaro il concetto che fra una manciata di decenni al massimo ciascuno di noi non sarà più, mentre vi sono forme di vita e bellezza capaci di perdurare e accompagnare le generazioni future, ed è nostro compito accompagnarle e proteggerle.

La Valle dei Platani di Villa Borghese, e anche il Bosco Ombroso, sono lì da alcuni secoli, e le radici degli alberi si stendono sotto la terra assai più lungamente e misteriosamente di quanto l’Acea, le soprintendenze e le giunte passate e presenti non sappiano, o abbiano il diritto di valutare. Protetti da tre leggi e convenzioni internazionali che agli occhi dei nostri amministratori sembrano non contare nulla, platani, lecci, pini, querce, olmi, sono creature vive e assai più longeve di noi. Dimorano al centro della nostra città, donano ombra, verde e aria al nostro giardino più prezioso, oltre a difenderci dalle polveri sottili. Costituiscono un inestimabile bene di cui il Campidoglio è custode responsabile, e non, come sembrerebbe, distratto proprietario.

Da troppo tempo si attende la convocazione di un tavolo sul verde urbano e la costituzione di un indispensabile regolamento. Finora, nella completa indifferenza del sentire espresso dalla gente, in azione si vedono solo macchinari pesanti e motoseghe.

Se Villa Borghese a breve aspetta l’impatto con il mostruoso villaggio sponsor del concorso ippico di Piazza di Siena, che distrugge le radici affioranti dei pini e viali interi, vacilla l’ultimo corridoio verde del Fosso della Cecchignola e Colle della Strega di fronte all’avanzata del cemento, trema la preziosa Pineta Sacchetti per un colossale ampliamento della Trionfale, scricchiolano i tronchi di Castelfusano e Castel di Guido, ma anche i platani del Lungotevere hanno poco da gioire, pensando ai parcheggi interrati, alle potature fuori stagione, agli abbattimenti impropri.

E’ questa la distruzione di un patrimonio di Roma e dei suoi cittadini.

Rischiano di spezzarsi 14 pini di Via Appia se il Servizio Giardini non rimuove subito vecchi e inutili collari di ferro

By margherita, March 16, 2009 2:20 pm

Potete immaginare cosa accadrebbe se a un cucciolo di elefante venisse messo un collare molto aderente e poi fosse dimenticato lì, durante tutta la crescita? Un’idea più precisa e allarmata è già matura fra numerosi abitanti del tratto della via Appia che segue l’incrocio con via Mondragone, e non solo. Anche il pittore Massimo Livadiotti da tre anni chiede inutilmente l’intervento del Servizio Giardini riguardo i 14 pini quasi centenari al centro della carreggiata.

Bellissimi, insostituibili, stanno soffocando e si corre il pericolo che qualcuno si spezzi, a causa di antiche imbracature che nessuno rimuove. Furono applicate un paio di decenni fa, se non prima, in occasione di lavori per la metropolitana. Con ottime intenzioni: per garantire la stabilità degli alberi, attorno al tronco fu posto uno spesso anello di acciaio stretto da bulloni e fissato al suolo da tiranti.

Piccolo particolare, terminata l’opera le ferraglie rimasero sulle piante, che intanto svilupparono in altezza e in larghezza. I cavi oggi pendono lenti; con i collari hanno in comune solo la ruggine, poiché questi ultimi sono invece così serrati da aver penetrato le cortecce fino a creare impressionanti strozzature.

Secondo Giuseppe Marrocco, autorevole vivaista capitolino, la situazione è grave per tutti, ma per cinque pini si tratta di assoluta emergenza. I collari di ferro infatti rischiano di spezzare i tronchi che, con l’arrivo della primavera, potranno espandersi di 4 centimetri, con conseguenze fatali.
Gli alberi non sono affatto da abbattere, né occorrono costose cure.

Basterebbe che un operaio autorizzato dal Comune si recasse in loco con una scala e allentasse subito quei bulloni.

Cosa vogliono fare al Parco della Vittoria di Ostia?

By margherita, February 16, 2009 11:36 pm

Sono preoccupati i membri del Comitato cittadino Parco della Vittoria di Ostia, attivo per la tutela di un luogo pubblico custode di 150 pini marittimi e dell’ultima duna del litorale, considerata monumento.

Quando, nel 2004, il Comune di Roma annunciò che il parco sarebbe stato trasformato in “punto verde qualità”, concedendo licenza di costruire un edificio alto 8 metri alla società La Duna – già gestore dell’adiacente ludoteca Chiqui Park, la più grande d’Europa – che in cambio avrebbe curato giardino e alberi, la gente si ribellò. Il Comitato raccolse 5.000 firme, inclusa quella di un soldato in partenza per l’Iraq che si precipitò con l’uniforme indosso.

Seguì un referendum e si giunse a un progetto condiviso da Amministrazione, cittadini e concessionario, che consisteva in una costruzione di 4 metri su una zona degradata adiacente, senza abbattere nemmeno un pino, destinata non più a centro commerciale e ristori, ma a centro benessere. Per 4 anni, silenzio. Nessuno pulisce il parco; La Duna si occupa solo di tagliare l’erba, il Comitato raccoglie da sé l’immondizia.

Frattanto, Ostia è priva di una zona in cui sciogliere i cani. Lì nel 2007 si ottengono 3.000 metri recintati senza fontana né panchine, che il Comitato attrezza e tiene puliti in modo impeccabile. Giorni fa il concessionario inizia a transennare tutto il giardino; sgravato, si scopre, dall’onere di mantenere un “parco attrezzato” ora denominato “parco di campagna”, pur trovandosi in città. Si parla di un nuovo progetto.

Intanto al Municipio indicano la necessità di restringere l’area cani a 1.500 metri da parametri dell’Ufficio diritti animali che, interpellato dal Comitato, nega decisamente.

Lo scrittore Giuseppe Lentini ci fa omaggio di questo suo bel racconto

By margherita, January 25, 2009 9:36 pm

- S e s t o S e n s o -

racconto di Giuseppe Lentini

In principio la sua era una piccola casa e un laghetto. Poi venne il giorno in cui decise di piantare anche un alberello in giardino. Si trattò d’un ginepro, alto appena trenta centimetri o poco meno. Cominciò così questa storia; lui era Renato.
Quello che diceva essere un giardino era una fettuccia di terra che per lui era “il giardino”. La sua casa s’affacciava sul laghetto “Margherita”, fino a quando non posero fra di essa e la riva un serpentone di mattoni e cemento. Una cosa lunga lunga e bassa, che veniva chiamata “palazzo” solo perché dentro vi erano ricavate delle minuscole abitazioni. Prima del serpentone si vedeva la campagna e, appunto, il laghetto dove Renato faceva solitarie passeggiate e altrettanto solitari e inutili tentativi di pescarvi pesce.
Quell’indebita edificazione sembrava proprio un grosso rettile strisciante lungo il margine dell’acqua. Una costruzione finita in men che non si dica, con la rapidità di quando si ha il timore d’un ribaltamento del consiglio comunale che l’ha autorizzata e la conseguente nomina di un altro sindaco forse meno accondiscendente.
Una volta privata del panorama lacustre che vi era sempre stato, la casa di Renato si
svilì come un vestito smesso. Ma egli si intestardì a indossarlo ugualmente e, per mostrare a sé stesso la propria potestà, piantò quel piccolo ginepro proprio di fronte al rettile invasore. Una volta cresciuto, pensò, gli avrebbe almeno in parte coperto la vista di quel dirimpettaio indesiderato.

Passarono sei mesi o poco meno, ma il ginepro non era cresciuto affatto. Il rammarico di Renato era grande: ne aveva avuto ogni cura, l’aveva annaffiato ogni sera, aveva comprato il concime e glielo aveva dosato a settimane alterne. A lui era parso di far bene, come le mamme che cibano di pappe e vitamine i loro bimbi, talvolta esagerando, per farli crescere più alla svelta. Perché non avrebbe dovuto funzionare anche col ginepro? Se l’era dunque aspettato due o tre centimetri più alto, invece niente. Gli suonava come un tradimento.
” Che sia un ginepro nano?” – si domandò un giorno. E perché non ci fossero
equivoci glielo domandò chiaramente: come Dio comanda? >. Ma quello rimase muto, come era giusto che fosse.
Poi venne la mattina in cui accadde il fatto: gli parve di vedere che il ginepro
lo stesse osservando con aria un po’ seccata e sguardo arcigno. Gli si avvicinò
e, non si seppe come, si sentì invitare a piegarsi per arrivargli accanto con
l’orecchio. Non ci crederà nessuno: Renato sentì il ginepro parlare. < Non sono
nano > disse. Dopo più niente.
Aveva parlato con una vocina come un ticchettìo sillabato, non una voce vera.
Sbalordito e incredulo Renato provò a stimolarlo: < Sei un albero o l'anima di
qualcheduno? … come mai parli se sei soltanto un vegetale? >. Ma l’alberello
tacque indifferente e alla fine l’altro si diede del babbeo: < Un albero che parla?
Dove si è mai sentito? Nelle favole, forse, ma nella vita reale? A dirlo in giro mi
darebbero del matto >. E bofonchiando, bofonchiando se ne andò per le sue.

- 1 -
Ma il fatto tornò a ripetersi dopo alcuni giorni, senza che se l’aspettasse. Accadde di sera. Tornato dai suoi giri, Renato aveva parcheggiato l’auto in giardino, come soleva fare. Stava giusto raccattando i suoi giornali e le cose che si portava appresso nelle girovagate sue usuali, quando l’attenzione gli cadde verso l’alberello mentre questo gli faceva segno di avvicinarsi muovendo un rametto dei suoi, proprio come facciamo noi agitando il braccio per chiamare qualcuno. Gli si avvicinò, quindi, e gli si chinò accanto porgendogli l’orecchio. < Renatino … > gli disse l’alberello.
A sentirsi chiamare per nome, financo col vezzeggiativo, Renato si sentì inebetire. Stordito e incredulo, gli si accostò più dappresso per assicurarsi di non aver sognato, ma sperando d’averlo fatto, quando il ginepro ripeté a dire: < Renatino >, con un fil di voce, anzi con un tenue scoppiettìo simile al tremulo scintillìo che talvolta si avverte nel telefono a filo.
Renato stentava a credere quello che gli stava capitando e si sforzò di supporre che si stesse trovando nel suo letto in preda a un sogno inconsueto. Sotto questa suggestione si sdraiò per terra, stese le gambe, tese l’orecchio e proprio in questa posizione udì meglio il seguito del discorso del ginepro: < Non è colpa mia se non cresco come vorresti tu. Devi avere pazienza, mi sto ambientando, ci vuole tempo. Per noi ginepri il tempo è diverso, fai conto che un mese dei tuoi per gli alberi equivale a un giorno e anche meno >.
< Di questo passo morirò assai prima di vederti coprire la vista del serpentone > gli
rispose Renato. < Ma io non potrò mai nasconderti il serpentone - rispose l'alberello -
non crescerò mai tanto: mi hanno fatto bonsai e non so farci niente >.
A quella confessione Renato si sentì vittima di un sopruso: vide stuprata quella che riteneva la legittima aspirazione a vendicarsi del vituperato serpentone. < Bonsai, bonsai - ripeté a sé stesso - mi hanno dato un bonsai, che ci potrò mai fare con un albero nano? >.

Trascorsero settimane senza che il piccolo ginepro potesse più parlare con Renato; questi, infatti, aveva accuratamente evitato ogni contatto col giardino. In quanto all’albero, non l’innaffiava più,
Qualcosa tuttavia andava agitandoglisi dentro, qualcosa che prima era stata rabbia, livore, astio mordace senza sapere bene verso chi, né verso dove. Poi cominciò lentamente a fargli capolino nella testa la ragione e presto lo rapì una malinconia a cui aveva fatto da battistrada la conclamata sua solitudine, della cui desolazione aveva sempre riso, ma che ora gli veniva a maturare malamente. E venne una sera piena di suggestione in cui stava al balcone con la mente adagiata fra le stelle e gli occhi che affogavano in un pianto incontinente.
Decise infine di scendere in giardino a parlare con “lui”, cosciente ormai che questi era divenuto incontestabilmente suo amico, l’unico che avesse.
< Ginepro > gli disse < posso chiamarti Ginepro? >
< E' questo il nome che mi avete dato voi umani.> gli rispose l’altro.
L’albero aveva pronunciato “umani” come se avesse detto “nani”, osservò Renato. Ma forse era stato solo un difetto di pronuncia, osservò ancora. < Ginepro, scusami per quel che ho detto, sono stato un somaro; ma cerca di capirmi: ero contrariato dal saperti così piccolo senza alcun rimedio; mi sono sentito vinto. >
< Si é piccoli se ci si raffronta alle apparenze. Pensi che io sia piccolo? Ma, io sono la foresta, questa rosa accanto a me è tutti i fiori, tu sei tutti gli uomini e insieme siamo la terra. Capisci? Noi siamo la terra! E la terra è l'universo intero, il mistero, ciò che chiamate Dio. Che sarà mai quel serpentone fatto di pietre, inerte? >
< Se nasco un'altra volta …. > disse allora Renato.

- 2 -

Non potei sentire il resto della frase, perché la disse in un linguaggio che potevano capire soltanto lui e Ginepro. Lo lasciai in quella posa, non potevo più udirlo, parlava con i suoni del suo sesto senso, potevano capirlo soltanto le piante e le persone eccezionali. Cosa che io non sono.

Da quella sera Renato rimase a dormire sempre lì in giardino. Ne parlarono i giornali e le televisioni, vennero da altrove gli scienziati che studiavano le piante e che avevano già scoperto che esse provano emozioni. Ma senza sapere quali.
Alcuni, venuti dall’Irlanda, studiavano di convertire i segnali chimici dei fiori, come gli odori, in segnali digitali capaci di comunicare con noi uomini. Osservarono a lungo il gineprino e Renato, ma senza capirci niente.
Se vi fosse andato un poeta avrebbe capito che Renato ha un sesto senso nel cuore, racchiuso nelle parole di Ginepro: “Io sono la foresta, questa rosa accanto a me è tutti i fiori ……..”
Non sarebbe stato il solo, l’aveva già capito Neruda quando scrisse:

“questa foglia sono tutte le foglie, / questo fiore sono tutti i petali
e una menzogna è l’abbondanza. / Perché ogni frutto é lo stesso,
gli alberi sono uno solo / ed é un solo fiore la terra”.

Poi venne Natale e il giardino si coprì di neve. Il ginepro era tutto illuminato di candeline bianche, rosse e celesti. Accanto era sorta una capannina che prima non c’era stata, fatta di paglia e sterpi; sembrava la stalla di Gesù bambino.
Dentro vi giaceva Renato, tutto imbacuccato in un montone. Dormiva beato nonostante il freddo acuto. Sembrava un bambino. Forse lo era. Gli rimasi accanto non so per quanto tempo ed egli era sempre lì, senza essersi mai spostato.

Conobbi Renato, e fu per caso, proprio in quei giorni in cui si seppe la sua cosa. Voi mi conoscete adesso ed è per caso. Ma il caso non esiste: tutto è collocato a bella posta con uno scopo preciso. Per aiutarci l’un l’altro, per aiutarmi a capire se è vero quel che dico. Se sì, cerchiamo insieme di stimolare il senso per il creato, a parlare con le piante e con tutte le creature che non capiscono il nostro linguaggio banale.
Forse mentre tento di farlo già lo faccio, forse anche voi già lo fate.
E non crediate che sia soltanto una favola di Natale: si può fare.

——————————————————— fine

” nella prossima vita, che io possa non rinascere umano ma albero,
un pino che canta fra il cielo e la terra ” (Nguyen Cong Tru)

Pipistrelli

By margherita, January 15, 2009 10:45 pm

Estate 2000: Andrea Brutti, oggi consulente per la fauna selvatica dell’Enpa, è responsabile del centro Lipu a Villa Borghese e si trova ad accogliere due signore eleganti. La prima gli porge una scatola, l’amica rimane distante. Andrea non fa in tempo a sollevare il coperchio che una fa un balzo indietro, l’altra s’inginocchia a terra gridando “no!” e coprendosi il capo con la giacca. Sul cartone, il pericoloso ospite non fa una piega. Si tratta di un cucciolo di pipistrello, probabilmente orfano. Grazie alle esperienze maturate dal 1996, anno di apertura del centro, le sue probabilità di sopravvivere si sono triplicate.

Oggi la mortalità dei piccoli è davvero bassa, ma la gente continua a credere che questi mammiferi volanti capaci di percepire un capello a cento metri di distanza grazie al proprio ecoradar, attenti a evitare l’uomo – avvertito come possibile predatore – cadano sulla testa delle persone e vi rimangano impigliati. Pochi sanno invece che queste creature notturne, associate a streghe e demoni da obsoleta iconologia, si nutrono principalmente di zanzare. Un solo pipistrello può mangiarne fino a duemila e sera: infinitamente più efficace, ecologico, economico della disinfestazione chimica. Un tempo Roma, ricca di alberi, rovine e anfratti, era luogo ideale per questi animali.

Adesso, ci ricorda Brutti, fra la distruzione del verde, l’inquinamento, la cementificazione e qualche caso di scortesia umana, i nostri preziosi pipistrelli sono in difficoltà. Da dicembre a marzo molti di loro sono in letargo, nelle cavità degli alberi e dei palazzi. Murarli, ma anche – tagliando alberi o ristrutturando senza cura – svegliarli con il freddo e senza sufficienti riserve di grasso, significa ucciderli. Per aiutarli pensando all’anno prossimo potete costruire delle bat-box. Esaurienti istruzioni in rete sotto la voce “un pipistrello per amico”.

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