Con le nuove ordinanze sul decoro urbano emanate dal sindaco Alemanno il 3 febbraio scorso, fra le altre cose, il Campidoglio ha giustamente quasi triplicato la sanzione amministrativa per chi non raccoglie dal suolo pubblico le deiezioni del proprio cane.

Da 100 euro di multa si è passati a 250, e davvero si spera che l’entità della cifra e i maggiori controlli scoraggino un disgustoso malcostume dannoso anche, in termini di impopolarità, per la maggior parte dei civilissimi padroni di animali.

Colpisce tuttavia la sproporzione con i 50 euro, immutati dal tariffario precedente, inflitti a chi butta a terra cartacce, lattine e altri oggetti non biodegradabili: appena un quinto della somma.

Il manifesto della campagna, inoltre, recita un po’ aggressivamente: “Il cane è tuo, il marciapiede di tutti.” Non una nota educativa sul fatto che, appunto, comportarsi in modo responsabile contribuisce a una convivenza migliore. Inoltre, ci si domanda se i vigili che hanno verbalizzato le prime sanzioni, di cui il Comune ha dato fiera nota, abbiano anche contestualmente verificato se i cani fossero dotati di microchip, come previsto dalla legge. Improbabile, dato che ben di radio i vigili sono dotati di lettori di microchip.

Mentre parlare di cani suggerirebbe un investimento per contrastare il randagismo, poiché tale argomento è legato al risparmio di denaro pubblico e al miglioramento della gestione dei canili e dei servizi a essi correlati. Risultati che non si possono ottenere con il solo taglio dei fondi e delle convenzioni.
Il fatto è che in quasi due anni, da parte di quest’amministrazione, ancora non si è visto un singolo progetto a favore degli animali o del verde pubblico.

Pochi hanno la reale percezione dell’impegno profuso da associazioni animaliste e da tanti privati a favore di randagi e selvatici: e fra quei pochi non ci sono le istituzioni. Volontari, guardie zoofile, gattare, ma anche semplici appassionati, svolgono un ruolo fondamentale donando tempo, energie e denaro, con il risultato di contare molto poco.

Non si considera a sufficienza che, ad esempio, sterilizzare, vaccinare e mantenere una colonia felina è un costoso dono anche nell’interesse pubblico. E pure quando le amministrazioni danno un contributo, è ben modesto rispetto al servizio reso.

Un esempio speciale lo offre il centro di recupero della Lipu in via Aldrovandi, a Roma, unico per l’intera Regione. Gode di una sovvenzione di 120mila euro l’anno. Con questi soldi vanno mantenuti, medicati, all’occorrenza operati i 5mila animali accolti gratuitamente fra uccelli, mammiferi e rettili. Una media fra i 2 e i 20 ingressi al giorno d’inverno, anche 100 in primavera-estate. Nella cifra rientrano spese veterinarie e i compensi (mille euro) delle due esperte che sole portano avanti il centro, Francesca Manzia e Valentina Studer. Una settimana di vacanza a testa l’anno, aperto la domenica, sportello attivo anche per consulenze telefoniche.

Da Roma e da tutto il Lazio giungono rapaci impallinati dai cacciatori – aquile, poiane, gufi, falchi – ma anche cinghiali, più difficili da collocare. E ancora lupi, tassi, volpi, serpenti, tartarughe, passeri, istrici, ricci, piccioni. In primavera, caduti dai nidi, rondini, rondoni, balestrucci. Nonché gabbiani intossicati: mangiando rifiuti dalle nostre discariche capita che vengono recapitati con le zampe paralizzate, in stato confusionale.

Non è facile diffondere conoscenza, buon senso e salute quando si è schiacciati dalla logica di industrie colossali e abitudini radicate, eppure incominciano a trovare spazio iniziative davvero intelligenti. Come quella della Lav (Lega antivivisezione) che ha creato un programma alimentare assieme alla catena di ristoratori Ascom Confcommercio per promuovere la cucina vegetariana, altrove diffusissima e da noi sempre più richiesta, presso i normali esercizi.

Così, per partire, una decina di ristoranti della Maremma e il già vegetariano RistorArte di via Margutta, esporranno il simbolo della campagna “Veg1” che indicherà la presenza di piatti ottimi per tutti, ma realizzati secondo quei principi congeniali a chi sceglie di nutrirsi nel rispetto della vita degli animali, ma anche in base a considerazioni sul valore della propria.

Gli allevamenti sono infatti responsabili di inquinamento di terra, mare e falde acquifere, nonché deforestazione e spreco di risorse. Contribuiscono in maniera determinante all’effetto serra (a essi si imputa il 65% delle emissioni di ossidi di azoto, il 64% di ammoniaca e il 37% del metano) e trattano miliardi di animali con crudeltà raccapricciante, da quando nascono, fino all’ultimo istante al mattatoio. Inoltre, la scienza ufficiale riconosce ai vegetariani un’incidenza di cardiopatie inferiore del 24% e nei vegani del 57%, e anche rispetto a tumori, obesità e diabete, il regime vegetariano vanta in proprio favore statistiche eccellenti.

Non che a Campagnano di Roma manchino persone attente agli animali e alla natura: tutt’altro. E’ una zona piena di verde, cavalli e passione per l’ambiente. Tuttavia, negli anni, si sono verificati circoscritti ma ripetuti casi di barbarie: cani impiccati, gatti seviziati, un cavallo fatto a pezzi in un prato.

Di nuovo, nei mesi scorsi, la LIDA (Lega italiana dei diritti dell’animale) ha presentato esposti a polizia municipale e carabinieri del luogo. A proposito di una colonia felina, censita dalla Asl RmF di Rignano Flaminio, minacciata di sterminio con pesanti intimidazioni rivolte alle gattare. Ancora, riguardo un uomo che in passato ha fatto morire cani in condizioni atroci, il quale continua a detenerne. Oltre alla segnalazione di un deposito metallico colmo di animali, infuocato sotto il sole.

Ora, il contributo delle associazioni animaliste più attive sul territorio, fra cui ricordiamo le guardie zoofile dell’Enpa, la Lav, ma anche l’Oipa, l’Aidaa e altre, è una vigilanza e un coraggioso esporsi attraverso interessamenti diretti e segnalazioni ufficiali. Un lavoro prezioso confortato dalla legge 189/04, che norma penalmente maltrattamenti e uccisioni a danno degli animali.

Impegno che tuttavia rischia di andare perduto, se non trova completamento nell’intervento delle forze dell’ordine, che possono – e devono d’ufficio, se il fatto esiste – procedere dove il cittadino non può. Vero che le risorse di polizia e carabinieri sono ingaggiate su troppi fronti. La violenza però è un principio unico: i malavitosi insegnano ai loro figli a praticarla sugli animali, per poi passare agli uomini. Comunque, possiamo ritenere l’impiccagione di un cane un gesto non rasserenante?

Donatori di Roma: così hanno deciso di chiamarsi, costituendosi in un coordinamento, alcuni rappresentanti di quell’ampia e generosa categoria che sostiene canili, gattili, randagi e colonie. Quanto ampia e quanto generosa, gli associati intendono scoprirlo. Non solo i tesserati delle piccole e grandi associazioni animaliste infatti, o le celebrate gattare, donano a getto continuo denaro, cibo, accessori, coperte e medicinali alle strutture, ma un’infinità di cittadini mai rappresentati.

La scintilla scocca quando i nuovi gestori del gattile di Villa Flora (da poco assegnato dall’Ufficio Diritti Animali senza regolare gara, dopo una gestione transitoria a seguito di sequestro giudiziario in cui i mici godevano di ottima salute) buttano cucce e lettini regalate dai sostenitori del ricovero, trasferendo i gatti a terra. Quindi cambiano l’alimentazione e chiudono la porta alle associazioni. Uno dei gatti già schedati da Enpa e Lav muore. I cittadini valutano che l’acquisto del materiale eliminato e il sostentamento dei gatti, oggi inaccessibili, siano costati negli ultimi due anni una cifra congrua.

Presto emerge che lo scontento è vasto. Mancati interventi, colonie feline decimate, aree verdi allo sfascio. Né piace sentire che alla Muratella (sovvenzionata dal Comune, ma aiutata dalle donazioni: gli stessi lavoratori contribuiscono ai farmaci) si vive in affanno e proprio l’altro giorno è stato sbranato un cane.

Per avere voce in capitolo e chiedere trasparenza e risposte, i Donatori di Roma intendono attribuirsi un valore. Invitano chiunque abbia devoluto, nel 2009, denaro e aiuti agli animali capitolini, a quantificarlo presso l’indirizzo: donatoridiroma@gmail.com.

Niente è ingannevole quanto la pubblicità di uno zoo acquatico: i delfini infatti, anche morti, hanno per conformazione impresso sul muso quello che noi leggiamo come un sorriso, ma non corrisponde affatto al loro stato d’animo.

Fermandoci a ragionare, come possiamo credere che questi intelligentissimi mammiferi marini, nati per viaggiare liberi, possano provare piacere nel ritrovarsi prigionieri di vasche lunghe poche decine di metri, per eseguire stupidi giochi, saltare nei cerchi e ballare come marionette? Tali risultati, sia chiaro, sono ottenuti attraverso fame, abusi, isolamento e violenze fisiche.

Se in natura un delfino vive 45 anni, la metà dei cetacei catturati per finire negli spettacoli muore entro due, e il rimanente non supera i cinque, a causa di stress e malattie. Dall’entrata in vigore, nel 1973, della convenzione CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) la commercializzazione delle specie selvatiche è vietata, ma soffre di continue eccezioni. Tanto per cambiare, Roma ci propone un triste esempio di zoo marino.

Visitate il sito di Ric O’Barry, www.dolphinproject.org. Egli fu l’addestratore di Flipper, celebre delfino dello schermo. Un giorno uno dei 5 esemplari utilizzati per la serie si suicidò fra le sue braccia – smise volontariamente di respirare, tale era la sofferenza – fissandolo negli occhi. Sconvolto, O’Barry da allora dedica la vita a liberare i delfini da circhi e vessazioni. E su Youtube trovate un suo video che illustra come addestratori di tutto il mondo vadano ad acquistare i cuccioli selezionati durante le mattanze nei fiordi giapponesi: Dolphin Swim Programs & SLAUGHTER Linked!!!

“Sono allergico al pelo”, “ho trovato questo cane ma non posso tenerlo”, “sto cambiando casa e in quella nuova non c’è posto”, “questo cane ha morso un extracomunitario che non ha voluto testimoniare”: sono le 4 scuse più frequenti con cui, di questi tempi, chi vuole liberarsi di un animale chiama il canile della Muratella di Roma.

Se un tempo esisteva una lista d’attesa per ingressi programmati, oggi c’è solo una bacheca chiamata “cedo cane” e gli accessi avvengono attraverso Asl. Di regola soggetti feriti o aggressivi, che vanno ogni giorno a congestionare una struttura prevista per circa 320 ospiti, ma da sempre carica più del doppio della portata. Quando le adozioni stentano, alcuni operatori arrivano a portarsi via i casi disperati. Vedi Jamaica, volpino di 5 anni scaricato nel giardino del Ministero dell’Interno in quanto affetto da leishmaniosi avanzata, con insufficienza renale. Collare giamaicano, educazione perfetta. Si sta lasciando morire a casa di una volontaria.

E’ una vecchia solfa, ma bisogna ripeterla. Sterilizzare cani e gatti, maschi e femmine, anche di razza, non è crudeltà, ma civiltà e intelligenza. Al contrario, cedere alla tentazione delle cucciolate è una grave sciocchezza. Nessuno può controllare il destino dei cuccioli, che si riprodurranno a loro volta andando ad affollare un mondo che straborda. Di qui gli abbandoni.

L’idea di appagare un desiderio di maternità o paternità del cane organizzando noi una singola seduta, è un’assurda proiezione. La natura prevede una libertà a cui gli animali domestici sono per forza estranei. La sterilizzazione li protegge invece da inutili tensioni, gravidanze isteriche, tumori alla prostata e alla mammella.

E’ la tarda mattinata di domenica e vi trovate al Pincio, o meglio, alle spalle della terrazza ancora completamente ingombra dal cantiere, nei pressi dell’obelisco. Qui, attorno a una coppia sui sessant’anni, si è radunato un gruppetto di persone felici. La ragione di tanta allegria sta in quattro pappagalli esotici di grandi dimensioni legati per le zampe, che i due trascinano a spasso come fossero cani, senza che nessuno obietti. Uno è una magnifica ara dall’aspetto stravolto, che traballa sul prato e la donna richiama con uno strattone. Quindi si arrampica sulla spalla dell’uomo e gli appoggia il capo su una spalla, allora le viene versata un po’ d’acqua addosso.

Gli astanti scattano foto. Giacché i pappagalli sono specie in Cites che richiedono documenti, non si possono comunque portare in giro e qui sembrano evidenti gli estremi di maltrattamento che imporrebbero l’intervento d’ufficio di un qualsiasi corpo di polizia, chiamate la Forestale. Ma il 1515 non funziona: guasto alla linea. Così vi procurate il numero dell’Ispettorato Generale. Di lì, subito si attivano contattando il Comando Regionale. La coppia coi pappagalli s’incammina in mezzo a famigliole entusiaste.

Li seguite, mentre i forestali dispiaciuti chiedono di pazientare poiché non si riesce a trovare una pattuglia disponibile. Il Corpo ha subito severi tagli nell’organico e questo è il risultato. Nell’attesa, dato che i due stanno lasciando il parco, chiamate Carabinieri e Polizia municipale, ma entrambi declinano la responsabilità. La coppia raggiunge un’auto, chiude i pappagalli nel portabagagli e parte. A questo punto però la Forestale non intende soprassedere, e la procedura è avviata.

Assistete al maltrattamento di un cane e volete segnalarlo, avete bisogno di aiuto per gestire una colonia felina, vedete rami carichi di nidi e foglie crollare in pieno maggio sotto le seghe di potatori folli, o mesti cavalli scivolare sull’asfalto? Niente paura, sareste autorizzati a pensare: Roma è una città che sembra attentissima agli animali. C’è un assessore con delega ai loro diritti e uno specifico ufficio preposto allo scopo, direttori e consulenti di vario genere. Non abbiamo, come nelle altre città, uno zoo, ma un luogo che si chiama Bioparco. E poi, basta aprire i giornali. Il numero di figure coinvolte dalle peripezie della vita extra-umana è notevole. Su botticelle, canili, alberi della Capitale, esprimono continui e appassionati pareri amministratori, sottosegretari e ministri di Stato, esponenti dell’opposizione.

Ma al momento di verificare se tanto interessamento corrisponda a qualche fatto o programma, si rimane proprio meravigliati. L’Ufficio diritti animali è stato da poco ribattezzato Ufficio tutela del benessere animale, ma il sito internet è rimasto identico a prima, salvo l’aggiunta di immagini dell’assessore De Lillo e l’abolizione del numero di telefono. Vero è che il precedente call center faceva riferimento a una società di Padova, era inutilmente costoso e smistava le chiamate al canile della Muratella. Ma allora ci si chiede in cosa consista, all’atto pratico, questo ufficio, questa difesa dei diritti animali che il Comune ci offre.

Canili e gattili sono in verità assai lontani da una risoluzione dei problemi e al contrario in mezzo a un cieco braccio di ferro fra la vecchia gestione e una totale incapacità di pensare il rinnovamento, e chi ne fa le gravi spese sono gli animali. Oltre il nome, il Bioparco rimane quello che era: una sinistra infilata di gabbie. Infine gli alberi e la biodiversità che in questi giorni viene distrutta. Piante, insetti e uccelli massacrati contro ogni logica. Ci domandiamo perché queste potature fuori stagione. Vorremmo sapere dove finisce la biomassa. Non servirà forse a alimentare gli impianti per realizzare il compost?

Non è del tutto un caso che proprio nel parco dell’Ospedale Forlanini sorga l’unico ricovero per felini malati di leucemia, che altrove verrebbero soppressi. Il merito è dell’associazione Azalea di Daniela Froldi al timone di uno dei gattili più famosi e organizzati di Roma: 205 ospiti e nessuna convenzione con le istituzioni, solo contributi privati e volontariato.

Ma il legame fra la zona sanitaria umana e gli animali è abbastanza antico. Un tempo infatti, lontano dai padiglioni destinati alla cura delle malattie polmonari, venivano tenuti due montoni. Il luogo si chiamava proprio “area montoni”. Dal momento che i giardini erano pieni di gatti e la loro presenza, tutto sommato, serviva a scoraggiare l’ingresso di topi dalla strada, nel 1996 si pensò di dedicare proprio quel tratto a una struttura idonea a offrire loro accoglienza e riparo.

La gestione, tuttavia, non si dimostrò brillante. Fango, baracche e cadaveri: nel 2002 la Froldi, gattara di lungo corso, impugna la situazione. Nel 2004 l’Ufficio Diritti Animali e l’Ospedale le affidano l’impresa. Oggi l’intero progetto è a norma di legge, dai bagni ai libretti sanitari: ogni micio ne ha uno dotato di fotografia, caso unico per un gattile. Le ciotole sono d’acciaio, i pavimenti lastricati, al centro del cortile è stato piantato un ulivo su cui arrampicarsi. I veterinari della Clinica Felina di Monteverde passano una sterilizzazione gratis al mese e sul resto prezzi di favore.

I malati di leucemia felina sono attualmente 14 e vivono in un reparto con cuscini e veranda. Contagiosi, sono isolati da una parete di policarbonato trasparente, affinché possano comunque guardare gli altri.