Discoteca abusiva a Piazza di Siena – un articolo di Alix Van Buren
link http://roma.repubblica.it/dettaglio/villa-borghese-una-discoteca-a-piazza-di-siena/1685948#commentatutti
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Non è Blade Runner, né un’allucinazione, ma ieri mattina alle 8.53 a Villa Borghese. Varcato l’ingresso di via Pinciana, vi si profila qualcosa che non ambireste mai a descrivere su questo quotidiano, ma che soprattutto non vorreste mai vedersi svolgere sul primo prato a sinistra del viale che conduce a largo Trombadori, ai piedi di un’antica quercia.
Si tratta infatti di un uomo sui quarant’anni di razza bianca, abbronzato, altezza media e corporatura atletica, che nella parte alta del corpo indossa una maglietta nera e occhiali da sole sulla testa. Nei quartieri bassi i jeans sono calati, poiché il soggetto in questione sta compiendo proprio in mezzo al parco, con comodo e naturalezza, quanto d’abitudine si esegue in quelle stanze chiamate bagni. Più che indice evolutivo, il fatto che alla fine non utilizzi il giornale che porta infilato nella tasca posteriore dei calzoni, ma altro, vi appare come buona organizzazione.
Scorgendovi a fissarlo in compagnia di altri passanti, egli completa placido l’opera, urinando sull’insieme. E’ allora che voi chiamate il 113, e rimanete in linea per alcuni minuti, spiegando a tre diversi operatori la situazione, intanto che quello s’incammina lungo il viale dei Cavalli Marini.
Lo seguite ed egli se ne accorge, ma non mostra preoccupazione. Finalmente siete in linea con un agente della municipale, donna e cortese.
In prima battuta, sostiene che non c’è nulla da fare, poiché sarebbe stato necessario sorprenderlo sul fatto. Le ricordate che ci siete voi a testimoniare, e se non bastasse ci si può anche dilettare a recuperare qualche prova organica. Certo, non si può pretendere che gli balziate addosso in prima persona e lo ammanettiate, s’imporrebbe dunque che sopraggiunga qualcuno. Accanto a voi, habitué di Villa Borghese osservano increduli che se questo è il controllo dell’amministrazione sul territorio – la villa storica più bella e centrale di Roma una latrina a cielo aperto in piena mattina – siamo fritti.
Tant’è. L’agente è desolata: non ci sono pattuglie disponibili. Sono le 9.10, appunta il vostro numero e promette di darvi notizie. Nel frattempo l’inseguito ha estratto un cellulare e si mette a chiacchierare, dileguandosi oltre il Giardino del Lago. Alle 9.25 la Municipale richiama, per confermare che nessuno interverrà.
Basta poco per capire che, se la natura ha previsto l’albero di una determinata forma, un motivo c’è. E nel potarlo, oltretutto nella stagione sbagliata (com’è arcinoto, nulla andrebbe tagliato durante il periodo della vegetazione, dei nidi, della contaminazione di funghi e parassiti) s’imporrebbe di rispettarne l’originaria fisionomia.
Ma a Roma no. Basta guardare gli alberi di continuo elaborati. Ultimo disastro, i platani di via Nomentana: si pratica l’elevatura.
Alla pianta viene tolto l’aspetto tondeggiante, attraverso una mutilazione che la riduce a un palo nudo con pochi rami in cima. A tali interventi corrispondono danni alle radici, quindi, privati di equilibrio e volume – come se a un uomo fossero amputate le braccia – gli alberi diventano inermi alla spinta del vento, dunque instabili. Delle gravi conseguenze delle potature effettuate di prassi, poiché più facili, veloci, affidate a manodopera non specializzata e a basso costo, si può capire meglio consultando il sito www.treeworkers.it.
Mentre nel suo bel libro “Contro la sofferenza” (Rizzoli) Luciana Marinangeli annota come tutti i pittori, dal Rinascimento agli Impressionisti, abbiano perlopiù rappresentato gli alberi come in natura, nel massimo rigoglio del fogliame che ricopre il tronco. E così li raffigurano i bambini; una nuvola di verde vicina alla terra. Il solo a disegnare alberi scheletro era Dubuffet, il quale si occupò a lungo di arte prodotta da malati di mente.
E ancora, dopo le promesse e il denaro già stanziato, giace a terra la Quercia del Quadraro, forse oltre il limite della sopravvivenza. Il comitato organizzato da Antimo Palumbo, l’intero quartiere e molti altri vorrebbero sapere perché.
Corre voce che l’iniziativa degli abitanti del Flaminio, 15 minuti di buio nelle case ogni giovedì alle 21 per incominciare, in attesa di garanzie assolute sulla salvezza dei platani del quartiere, stia per estendersi a tutta Roma.
Troppe risposte sono infatti attese da comitati, associazioni, cittadini che assistono impotenti a sistematici massacri. Poiché, se le braccia degli alberi si stendono verso il cielo, il pensiero del mondo progredito si allarga nella rivoluzione verde, le idee della nostra giunta affondano nei parcheggi interrati e calano fuori tempo e logica su rami carichi di foglie e nidi.
Come non bastassero gli abbattimenti dell’ultimo periodo, più di 1.500, un allegato relativo agli interventi prioritari dell’ordinanza 129 del 27 novembre scorso, redatta dal Sindaco, apre la via a un disegno che porterebbe alla distruzione di uno straordinario numero di platani. Lungotevere Arnaldo da Brescia, Viale del Vignola, Piazza Gentile da Fabriano, sono alcuni dei siti che dovrebbero accogliere la modernità secondo il Campidoglio: più automobili in centro e a morte gli alberi.
Anziché immaginare una viabilità migliore affidata ai mezzi pubblici e realizzare altrove gli indispensabili parcheggi, in modo da preservare il patrimonio verde secolare già presente (peraltro protetto dall’UNESCO) si pensa di eliminare i nostri alberi più diffusi, magnifici e antichi.
Se anche i platani non fossero tagliati, ma si scavasse sotto le radici, la loro sorte non cambierebbe. La fine arriverebbe lenta. Non a caso, da un anno si tenta di impedire che una condotta Acea uccida patriarchi che hanno attraversato mezzo millennio e potrebbero raggiungere i nostri pronipoti.
Ma non conta, per gli amministratori, che i platani portino ombra e ossigeno. Né che i cittadini esprimano il loro dissenso. A Ostia, in Via dei Misenati, di fronte a uno sterminio di alberi la gente si è disperata, ha supplicato ed è stata ignorata.
Parliamo di ecologia, di persone, di fruibilità. Parliamo del recente bando per creare punti di ristoro in una settantina di parchi e aree verdi della Capitale. Forse il Sindaco non ha percezione che di questo passo i parchi, tutti in condizioni vergognose, e le aree verdi non saranno più tali. Se l’impresa funziona, certo, potrà trovare facilmente un panino.
Se qualcuno può coltivare il sospetto che ci siano preferenze nella cura delle ville storiche romane, deve subito rimuoverlo. Villa Sciarra fu donata a Mussolini da Henrietta Tower Wurts, rimasta vedova nel 1928 del mecenate Giorgio Washington Wurts che l’aveva tenuta come un gioiello, riempiendo il parco di gruppi marmorei, pavoni bianchi e alberi rari. Qui, nel Casino Barberini, venne fondato l’Istituto di Studi Germanici diretto da Giovanni Gentile e nel 1936 Heidegger presentò “Holderling e l’essenza della poesia”. Qui si ambienta il duello del “Piacere” di D’Annunzio fra Sperelli e Ruotolo.
Qui oggi, dall’entrata principale, per qualche metro si incontrano belle aiuole. Ma basta oltrepassarle per scoprire, fra plastiche e giornali, quel che resta della vasca delle ninfee. Lo steccato è distrutto e sul fondale, in una pozza stagna in cui si tuffa un tubo nero, finti papiri ingialliti stringono l’anima coi denti. Limacciose anche le fonti vicine, sporchi e rotti i gradini che scendono al torrino che doveva trasformarsi in Museo della Matematica.
Un podocarpo proveniente dal Cile (a Roma non ce ne sono più di 10) ha le foglie mangiate dalla ruggine, mentre subito dopo la voliera una preziosa araucaria Bidwilli e una farnia secolare sono oppresse da un palco allestito per spettacoli. Mezzi cingolati hanno distrutto il prato. All’ingresso di via Calandrelli arriva un fiume d’acqua e fango che nasce fra un ginko biloba e un’erythina cristagalli in condizioni pietose: si deve a un rubinetto dell’impianto d’irrigazione rotto che emette getto continuo. Forse per questo le fontane vicine sono quasi a secco. C’erano magnifici allori, mutilati da una potatura che li rende sinistri.
“Sono allergico al pelo”, “ho trovato questo cane ma non posso tenerlo”, “sto cambiando casa e in quella nuova non c’è posto”, “questo cane ha morso un extracomunitario che non ha voluto testimoniare”: sono le 4 scuse più frequenti con cui, di questi tempi, chi vuole liberarsi di un animale chiama il canile della Muratella di Roma.
Se un tempo esisteva una lista d’attesa per ingressi programmati, oggi c’è solo una bacheca chiamata “cedo cane” e gli accessi avvengono attraverso Asl. Di regola soggetti feriti o aggressivi, che vanno ogni giorno a congestionare una struttura prevista per circa 320 ospiti, ma da sempre carica più del doppio della portata. Quando le adozioni stentano, alcuni operatori arrivano a portarsi via i casi disperati. Vedi Jamaica, volpino di 5 anni scaricato nel giardino del Ministero dell’Interno in quanto affetto da leishmaniosi avanzata, con insufficienza renale. Collare giamaicano, educazione perfetta. Si sta lasciando morire a casa di una volontaria.
E’ una vecchia solfa, ma bisogna ripeterla. Sterilizzare cani e gatti, maschi e femmine, anche di razza, non è crudeltà, ma civiltà e intelligenza. Al contrario, cedere alla tentazione delle cucciolate è una grave sciocchezza. Nessuno può controllare il destino dei cuccioli, che si riprodurranno a loro volta andando ad affollare un mondo che straborda. Di qui gli abbandoni.
L’idea di appagare un desiderio di maternità o paternità del cane organizzando noi una singola seduta, è un’assurda proiezione. La natura prevede una libertà a cui gli animali domestici sono per forza estranei. La sterilizzazione li protegge invece da inutili tensioni, gravidanze isteriche, tumori alla prostata e alla mammella.
Il 23 marzo, quando la grande quercia del Quadraro viene giù di colpo, tutti notano il pianto di Valeria. Le lacrime non sono rivolte alla sua automobile, appena sbriciolata dal più antico albero di Roma Sud – una farnia di oltre 400 anni – ma al gigante stramazzato. Non censita, la quercia è regolarmente sottoposta al taglio dei rami da parte dei vigili del fuoco, ma senza assistenza botanica, come si dovrebbe a una pianta antica viva. Subito infatti si vede che parte delle radici è rimasta nella terra. All’origine del disastro, lavori sotterranei.
Sopraggiunge Antimo Palumbo, storico degli alberi. Nasce il Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro. Sergione, autorità del quartiere, fa stampare un manifesto che viene attaccato persino sopra il ponte. L’agronomo Raffaele Fabozzi redige una perizia: le foglie sono “verdi e turgide”, vale la pena raddrizzare la farnia. Segue conferma di Saverio Allegretti, agronomo della Regione. Vengono raccolte 3.000 firme. L’albero risiede su un terreno privato, è caduto su un secondo e bisogna passare attraverso un terzo, sia per annaffiarlo che per rialzarlo con la gru. Reperibilità e disponibilità non sono le parole d’ordine dei proprietari, ma due avvocati e Fabio Piattoni, delegato all’Ambiente del VI Municipio, ottengono le liberatorie. Dalla Regione, sembra che l’assessore Zaratti abbia reperito i fondi –quasi 10.000 euro – necessari a pagare i mezzi.
Spetta tuttavia al Servizio Giardini capitolino, che tace, passare all’azione.
Intanto i ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia, corso di Daniele Segre, girano un appassionato documentario in attesa di finale.
Esiste un precedente: la Quercia delle Cento Pecore, patriarca di 800 anni caduto nel gennaio 2008 vicino Lecce e sopravvissuto così tre mesi, salvo infine grazie a tale Oreste Caroppo.
Il tempo ci aiuta a tirare le somme, ed è chiaro ormai che il Quadraro, come un sol uomo, rivuole la sua quercia in piedi. Ma il tempo è fatto anche di momenti, ed è giunto quello del caldo, dei funghi che hanno attaccato la corteccia, della morte che si avvicina rapida. Perché tutto quanto di bello è accaduto non vada perso, la quercia dev’essere tirata su dal Servizio Giardini ora.
Se tre metri non erano una distanza di sicurezza, dato che per non uccidere gli alberi antichi di Villa Borghese le ruspe Acea avrebbero dovuto tenersi 16 volte più lontane, guardando le ferite che già lacerano il Bosco Ombroso e la Valle dei Platani si appura che nemmeno quel limite è stato rispettato. Baratri attaccati ai tronchi grazie a soprintendenze e Comune.
Ora le macchine puntano contro il primo platano monumentale, oltre 400 anni, tre leggi internazionali che lo rendono intoccabile in aggiunta al al comune buon senso: elementi insufficienti ai nostri amministratori. L’unico fruscio che giunge da quelle parti è una convocazione dell’assessore De Lillo ai soli Amici di Villa Borghese e Legambiente, fra tutte le associazioni, per l’8 giugno, a lavori conclusi. Un atteggiamento in linea con quanto accade nell’intera città. Potature fuori stagione con stragi di nidiate, continui abbattimenti.
Perciò, mercoledì mattina alle 11, alla Valle dei Platani si raduneranno in protesta non solo gli Amici di Villa Borghese, Legambiente (che al riguardo ha presentato tre esposti) il Comitato in difesa di Villa Borghese, ma anche il Comitato per il Verde Urbano di Annamaria Procacci, l’Associazione Colle della Strega, i cittadini del II Municipio che nei giorni scorsi, votando all’unanimità, ha chiesto al Comune la sospensione dei lavori. E ancora, l’Associazione Adea Amici degli Alberi di Antimo Palumbo, dall’Abruzzo il Giardino dei Ligustri, il comitato in lotta per scongiurare la distruzione dei platani di Viale del Vignola, e da Ostia il Comitato Parazella, furioso per l’abbattimento ingiustificato di 30 fra platani e pioppi dichiarati malati, ma in verità sani.
Assistete al maltrattamento di un cane e volete segnalarlo, avete bisogno di aiuto per gestire una colonia felina, vedete rami carichi di nidi e foglie crollare in pieno maggio sotto le seghe di potatori folli, o mesti cavalli scivolare sull’asfalto? Niente paura, sareste autorizzati a pensare: Roma è una città che sembra attentissima agli animali. C’è un assessore con delega ai loro diritti e uno specifico ufficio preposto allo scopo, direttori e consulenti di vario genere. Non abbiamo, come nelle altre città, uno zoo, ma un luogo che si chiama Bioparco. E poi, basta aprire i giornali. Il numero di figure coinvolte dalle peripezie della vita extra-umana è notevole. Su botticelle, canili, alberi della Capitale, esprimono continui e appassionati pareri amministratori, sottosegretari e ministri di Stato, esponenti dell’opposizione.
Ma al momento di verificare se tanto interessamento corrisponda a qualche fatto o programma, si rimane proprio meravigliati. L’Ufficio diritti animali è stato da poco ribattezzato Ufficio tutela del benessere animale, ma il sito internet è rimasto identico a prima, salvo l’aggiunta di immagini dell’assessore De Lillo e l’abolizione del numero di telefono. Vero è che il precedente call center faceva riferimento a una società di Padova, era inutilmente costoso e smistava le chiamate al canile della Muratella. Ma allora ci si chiede in cosa consista, all’atto pratico, questo ufficio, questa difesa dei diritti animali che il Comune ci offre.
Canili e gattili sono in verità assai lontani da una risoluzione dei problemi e al contrario in mezzo a un cieco braccio di ferro fra la vecchia gestione e una totale incapacità di pensare il rinnovamento, e chi ne fa le gravi spese sono gli animali. Oltre il nome, il Bioparco rimane quello che era: una sinistra infilata di gabbie. Infine gli alberi e la biodiversità che in questi giorni viene distrutta. Piante, insetti e uccelli massacrati contro ogni logica. Ci domandiamo perché queste potature fuori stagione. Vorremmo sapere dove finisce la biomassa. Non servirà forse a alimentare gli impianti per realizzare il compost?
Non è del tutto un caso che proprio nel parco dell’Ospedale Forlanini sorga l’unico ricovero per felini malati di leucemia, che altrove verrebbero soppressi. Il merito è dell’associazione Azalea di Daniela Froldi al timone di uno dei gattili più famosi e organizzati di Roma: 205 ospiti e nessuna convenzione con le istituzioni, solo contributi privati e volontariato.
Ma il legame fra la zona sanitaria umana e gli animali è abbastanza antico. Un tempo infatti, lontano dai padiglioni destinati alla cura delle malattie polmonari, venivano tenuti due montoni. Il luogo si chiamava proprio “area montoni”. Dal momento che i giardini erano pieni di gatti e la loro presenza, tutto sommato, serviva a scoraggiare l’ingresso di topi dalla strada, nel 1996 si pensò di dedicare proprio quel tratto a una struttura idonea a offrire loro accoglienza e riparo.
La gestione, tuttavia, non si dimostrò brillante. Fango, baracche e cadaveri: nel 2002 la Froldi, gattara di lungo corso, impugna la situazione. Nel 2004 l’Ufficio Diritti Animali e l’Ospedale le affidano l’impresa. Oggi l’intero progetto è a norma di legge, dai bagni ai libretti sanitari: ogni micio ne ha uno dotato di fotografia, caso unico per un gattile. Le ciotole sono d’acciaio, i pavimenti lastricati, al centro del cortile è stato piantato un ulivo su cui arrampicarsi. I veterinari della Clinica Felina di Monteverde passano una sterilizzazione gratis al mese e sul resto prezzi di favore.
I malati di leucemia felina sono attualmente 14 e vivono in un reparto con cuscini e veranda. Contagiosi, sono isolati da una parete di policarbonato trasparente, affinché possano comunque guardare gli altri.
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