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Troppo spesso, a dispetto delle migliori intenzioni, quanto noi stessi abbiamo costruito ci impedisce di tornare davvero indietro.
Siete entrati in possesso di un terreno vicino Roma. Il contadino che ve l’ha venduto sta sbaraccando il pollaio. Assieme alle galline, che porta via con sé, tiene un grande, stupendo piccione bianco. “E lui?” domandate. L’uomo vi spiega che si tratta del superstite di una coppia destinata a riprodursi, con destinazione ultima di carattere alimentare. Ma la femmina è morta, e lui, per una ragione o per l’altra, non è stato mangiato. Forse proprio perché è così bello.
Chiedete allora al contadino cosa intenda farne ed egli si persuade, ora che la gabbia è smontata, a liberarlo. L’istante in cui l’uccello, per la prima volta da quando è nato, apre le ali e vola, non può essere sciupato nemmeno da quello successivo, in cui l’echeggiare di spari vi ricorda che la stagione di caccia è ancora aperta. Immacolato e visibile, il piccione guarda rapito il mondo da un albero che sovrasta i resti del pollaio dove ha consumato le sue uniche esperienze di vita.
Da quel momento non fate che pensare a lui e al possibile errore commesso, lasciando mangime nei paraggi e sperando che non si allontani. Per una settimana si comporta con prudente entusiasmo, poi lo stesso contadino lo ritrova confuso e insanguinato.
Per fortuna la ferita non è grave, per fortuna a Roma esiste il Centro di recupero fauna selvatica della Lipu in Via Aldrovandi 2, dove sarà curato e poi accolto in modo permanente, assieme ai suoi simili, in una spaziosa voliera. Per lui, allevato dall’uomo e scampato al piatto, è la massima aspirazione di libertà.