Con le nuove ordinanze sul decoro urbano emanate dal sindaco Alemanno il 3 febbraio scorso, fra le altre cose, il Campidoglio ha giustamente quasi triplicato la sanzione amministrativa per chi non raccoglie dal suolo pubblico le deiezioni del proprio cane.

Da 100 euro di multa si è passati a 250, e davvero si spera che l’entità della cifra e i maggiori controlli scoraggino un disgustoso malcostume dannoso anche, in termini di impopolarità, per la maggior parte dei civilissimi padroni di animali.

Colpisce tuttavia la sproporzione con i 50 euro, immutati dal tariffario precedente, inflitti a chi butta a terra cartacce, lattine e altri oggetti non biodegradabili: appena un quinto della somma.

Il manifesto della campagna, inoltre, recita un po’ aggressivamente: “Il cane è tuo, il marciapiede di tutti.” Non una nota educativa sul fatto che, appunto, comportarsi in modo responsabile contribuisce a una convivenza migliore. Inoltre, ci si domanda se i vigili che hanno verbalizzato le prime sanzioni, di cui il Comune ha dato fiera nota, abbiano anche contestualmente verificato se i cani fossero dotati di microchip, come previsto dalla legge. Improbabile, dato che ben di radio i vigili sono dotati di lettori di microchip.

Mentre parlare di cani suggerirebbe un investimento per contrastare il randagismo, poiché tale argomento è legato al risparmio di denaro pubblico e al miglioramento della gestione dei canili e dei servizi a essi correlati. Risultati che non si possono ottenere con il solo taglio dei fondi e delle convenzioni.
Il fatto è che in quasi due anni, da parte di quest’amministrazione, ancora non si è visto un singolo progetto a favore degli animali o del verde pubblico.

Di fronte agli inesausti tentativi di deregolamentare la caccia, ultimo l’emendamento alla legge comunitaria 2010 che vorrebbe abolirne i limiti temporali al voto in Senato, si omette spesso di ricordare perché molti auspichino al contrario un passo indietro. Tali motivi si riassumono in parte nell’articolo 842 del codice civile, che conferisce ai cacciatori il diritto di entrare armati nelle proprietà altrui e sparare a 150 metri dalle abitazioni.

Se i fucili a pallini hanno gittata di un centinaio di metri, le carabine per gli ungulati arrivano anche a 3.500. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2006 i cacciatori in Italia erano 765mila, dimezzati rispetto agli anni 90, e nel Lazio se ne contavano 70.242. Una minoranza che gode del privilegio di introdursi in casa di terzi, a meno che la proprietà non sia interamente e senza soluzione di continuità recintata con altezza non inferiore a m1.20. Una soluzione antiestetica e soprattutto costosa, che non tutti in campagna desiderano o possono permettersi. Ma se non ci si barrica dentro a proprie spese si è costretti a subire la presenza di estranei armati. Può trattarsi di persone educate, ma anche di gente prepotente e minacciosa. Comunque sconosciuti.

La caccia non consiste in una serie di eutanasie, ma comporta grida, rantoli, sangue, botti: può capitare che qualcuno non abbia voglia di assistere, o non desideri che i propri bambini guardino, in casa propria. I requisiti psicofisici minimi stabiliti dal Ministero della Salute per il rilascio del porto d’armi da caccia contemplano un occhio solo con gli occhiali (per ladifesa personale la visione dev’essere binoculare) e arti superiori sostituiti da protesi, purché buone.

E’ bello iniziare l’anno col cuore caldo di speranze, e la riconoscenza va a chi ce le infonde. Così tutti quanti sanno che il cavallo è l’animale più diffusamente sfruttato e maltrattato, oltre che bestia da carne, hanno salutato con gioia l’annuncio del sottosegretario alla Salute Francesca Martini dello studio di una proposta di legge per proibirne la macellazione e tutelarne la vita.

L’impresa è titanica. Si scontra con gli interessi dell’industria alimentare e con la logica usa e getta del pianeta sportivo di cui il cavallo è protagonista – corse, salto ostacoli, passeggiate. Stride con le esigenze del commercio e degli allevatori: una produzione che mira ai grandi numeri, ma è in contrasto col fatto che i cavalli anziani alla fine debbano essere collocati da qualche parte, e mantenuti da qualcuno.

Ma sono difficoltà che il sottosegretario Martini, anticipando l’intenzione di muoversi in difesa di tutti i cavalli d’Italia, avrà ben valutato, memore dell’impossibilità di aiutare i soli 90 delle botticelle romane. Per loro, l’onorevole si prodigò a fine 2008, offrendo al sindaco Alemanno il contributo di un tavolo tecnico che fornisse le ragioni per cui era opportuno toglierli dal traffico.

Erano appena morti due cavalli in circostanze drammatiche. Per un anno i quotidiani dedicarono al tema attenzione straordinaria, travolti da lettere di cittadini (mai interrotte) desiderosi di non vedere più gli animali soffrire in strada. Una conferenza stampa organizzata dall’Enpa appassionò le testate di tutto il mondo, dagli USA alla Cina. Il tavolo si pronunciò nel marzo 2009, ma forse non fu ascoltato, e nulla cambiò. Sarebbe splendido se le speranze ripartissero da quei 90.

Ora che è finita, smantellate le decorazioni, non è raro purtroppo vedere abeti buttati per strada, spesso con rami e punta spezzati, come fossero immondizia. E’ uno spettacolo tristissimo. Ma lo era pure, a rifletterci, guardarli qualche giorno fa, addobbati di palle e lustrini accanto al termosifone del Natale domestico. Lo stesso abete in piazza, quello istituzionale, è un simbolo molto discutibile.

Nei giorni precedenti alle feste, la Coldiretti aveva dichiarato aspettative di vendita sugli abetini, allevati da mille aziende agricole specializzate, nel numero di 6.5 milioni, per un fatturato di 140 milioni di euro. Questo giro di denaro non impedisce affatto di chiederci se sulla moquette e in mezzo alle automobili il sacrificio di queste conifere di montagna sia al giorno d’oggi così carino.

Che l’albero sintetico sia meno ecologico è tutto da vedersi: la plastica è riciclabile, si acquista una volta sola e dura. L’abete è una creatura viva che perlopiù, passate le feste, morirà. Gettato via come un oggetto inutile. Qualcuno prova a ripiantarlo, ma non sempre si trova dove, e in moltissime regioni e città il clima non è propizio.

A Roma per fare un esempio, da qualche stagione, lodando chi scelga di acquistare l’albero autentico, Ama e Forestale organizzano punti di raccolta delle piante dismesse, annunciando di ripiantumare quelle in migliori condizioni e trasformare in compost (che viene poi rivenduto!) il resto. Non c’è motivo di dubitare di una promessa virtuosa; ma si ignora dove tali riforestazioni avvengano, e quanti alberi passino poi la selezione.

Riguardo gli immensi abeti esposti pubblicamente, come quelli che nella Capitale si vedono non solo a piazza San Pietro, ma pure da quest’anno a piazza Venezia, a Trinità dei Monti e in Campidoglio, si tratta di esemplari, prima o poi, destinati all’abbattimento per l’industria del legno. Sorte prestabilita da dottori forestali, artefici di sterminati, monotematici boschi.

Tuttavia, prima del 1982 nessuno aveva mai sognato che Piazza San Pietro potesse necessitare di un abete morente. Fu un polacco che portò di persona a papa Wojtyla un albero mozzato, inaugurando una tradizione cui un numero straordinario di persone sensibili chiede inutilmente al Vaticano di rinunciare.

Ragioniamo un po’, in vista dell’anno prossimo?

Sembrerebbe impossibile, eppure è così: dopo mesi, parole, lettere, invocazioni, proteste, firme, lacrime per i cavalli morti, nella sostanza nulla cambia. Il Sindaco ha deciso che le botticelle rimangono in città, in mezzo alle automobili. Forse, chissà quando, verranno realizzate scuderie al Galoppatoio di Villa Borghese – dopo l’ampliamento del parcheggio sotterraneo e se mai la soprintendenza concederà gli opportuni permessi, poiché alloggiare 90 cavalli più una rimessa per le carrozze richiede parecchia cubatura – ma non è nel parco che gli animali lavoreranno, come si era ipotizzato in alternativa all’auspicata dismissione del servizio.

Fra i numerosissimi cittadini che gli hanno chiesto con fervore un gesto di gentilezza e modernità, e i quarantadue vetturini, Alemanno ha scelto di accontentare i secondi. Per farlo, ha aggirato chi gli sottoponeva con chiarezza il cuore della questione, vale a dire le associazioni animaliste – prima fra tutte l’Enpa, oltre al Partito Animalista Europeo e tanti altri – convocando un raduno di esperti di vario genere, dalla veterinaria al traffico, fuorché di questioni etologiche.
Risultato di uno speciale tavolo di consulenza condotto dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini, in principio agguerrita abolizionista e poi forse trasformata lungo il cammino, sono alcuni controlli medici in più e davvero poco altro.

Quando poi si parla di “percorsi protetti”, bisognerebbe chiedersi chi venga protetto da cosa. Non certo i cavalli dai veicoli a motore, visto che non sono state stabilite piste o corsie a loro esclusivamente riservate, ma solo nuovi e più ampi itinerari turistici a beneficio dei postiglioni. Quanto alle nuove divise, ride amaro il presidente dell’Enpa Lazio Claudio Locuratolo, osservando che è come pensare di affrontare la prevenzione degli infortuni sul lavoro facendo indossare una t-shirt agli operai.

D’altro canto, è questo l’esito di lunghe consultazioni comunali e ministeriali. Esistono decisioni capaci di chiudere e risolvere i problemi. Altre, allargano il dibattito. Evidente che ci troviamo di fronte al secondo caso.

LA VITA DEGLI ALTRI onlus
comunicato stampa

23 febbraio 2009

Avranno inizio domani le riprese del film documentario A FERRO E FUOCO, un progetto della scrittrice e giornalista Margherita d’Amico sul tema della caccia nel nostro Paese, osservata da un punto di vista sociale e umano legato all’uso delle armi, alla fruizione della proprietà privata altrui, all’educazione alla violenza.
Oggi in Italia i cacciatori sono poco più di 700.000, dimezzati rispetto al milione e mezzo dell’inizio degli anni Novanta, già in calo guardando ai due milioni che ancora animavano la categoria negli anni Ottanta.
Un sondaggio Eurisko del 2005 dava l’82,5% del campione contrario a qualsiasi liberalizzazione della caccia, e il 74,1% era per l’abolizione totale della medesima.
Eppure, proprio in questi giorni sono in discussione in Senato disegni di legge notevolmente vivaci nella direzione di liberalizzare l’attività venatoria e l’utilizzo delle armi a essa destinate, con indicazioni di abbassare l’età consentita per la caccia ai ragazzi di sedici anni.
Particolarmente attuale dunque la riflessione su un argomento affrontato di solito sotto la sola luce delle stragi animali (che pure, grazie alle arbitrarie deroghe che hanno condotto all’uccisione di milioni di esemplari protetti, hanno posto sotto accusa UE tredici delle nostre regioni, e l’Italia è in attesa di conoscere sentenze e sanzioni) mentre di rado se ne considerano i fondamentali aspetti antropologici.
A cominciare dai rapporti presentati dall’Associazione Vittime della Caccia a chiusura dell’ultima stagione venatoria: 41 morti e 85 feriti fra cacciatori e gente comune, che hanno richiesto 24 volte l’intervento di pubblici elisoccorsi. Continuando con l’articolo 842 del Codice Civile, che consente ai cacciatori di entrare nei fondi agricoli privati, a meno che non siano interamente e costosamente recintati, e sparare alle prede arrivando a una distanza di 150 metri dalle abitazioni. Un fucile a pallini può avere una gittata di 80-100 metri, ma la portata di una carabina per la caccia agli ungulati può raggiungere i 4.000 metri, alla pari di un’arma da guerra.
In tema di armi e territorio, per sostenere i progetti di AMREF, nel 2002 Margherita d’Amico ha già realizzato con Luca Zingaretti il documentario “Gulu – una guerra dimenticata” (e anche un libro reportage pubblicato da Mondadori) testimonianza dal conflitto dell’Uganda settentrionale, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
A FERRO E FUOCO è una produzione indipendente de LA VITA DEGLI ALTRI onlus.

LA VITA DEGLI ALTRI onlus ¬
339.1926841 – 333.2118010
www.lavitadeglialtri.org

I dati della pensione:

Allevamento – Pensione del Mulino Prudenza di Corinne Ferrari Fani
6883 Novazzano
Svizzera

E-mail:
info@mulinoprudenza.com
corinne.ferrari@bluewin.ch

Telefono:
(0041) 79 2215270

Se siete intenzionati a adottare i cani chiamate subito la signora Corinne: lei ha dichiarato di non volerli sopprimere. Pur confidando nella sua buona fede, non è affatto certo che il Comune non decida altrimenti, visto che in assenza di testamento i cani sono considerati oggetti di proprietà dello Stato.

COMUNICATO DI OFFENSIVA ANIMALISTA

Offensiva animalista ha appreso che la pensione Il Mulino di Prudenza di Novazzano (http://www.mulinoprudenza.com/) si appresta ad uccidere due pastori tedeschi, Orso Gea, lì ospitati poiché il proprietario è deceduto recentemente.

Questo solo perché la struttura sembra non avere spazio dove tenerli.
I cani sono sani e docili, come ha riconosciuto lo stesso canile. Ma si parla di soppressione come se si trattasse del provvedimento più normale del mondo.
Come sia possibile uccidere animali sani e che non hanno mai dato fastidio a nessuno, peraltro dopo pochi giorni di permanenza, è un atteggiamento che non fa certo onore al nostro Paese.

Qui non c’è di mezzo un presunto dogo che ha morso un padrone violento e irresponsabile. Ci sono due cani buoni come il pane, a detta di tutti.

Ma se nessuno li adotterà, le civili norme che regolano il nostro vivere, porranno legalmente fine alla loro vita.
È disgustoso.

In altri paesi le soppressioni ingiustificate – e questa lo è certamente – sono vietate dalla legge.
Chiediamo pertanto con forza e determinazione alla classe politica di intervenire, emanando una legge che proibisca la soppressione di animali domestici sani.

Che il governo e il Gran Consiglio intervengano non solo per vietare razze o definirne altre pericolose. Ma, una volta tanto, per salvare la vita a quello che dovrebbe essere il miglior amico dell’uomo.
Anche se tutti se ne dimenticano un po’ troppo spesso.

Offensiva Animalista – la nuova realtà per la liberazione animale in Svizzera – www.offensiva-animalista.ch

A Porta Portese non si fa distinzione fra esseri viventi: nello specifico in Rolli, presso il centro di meditazione buddista Anshin – significa pace del cuore – si pratica in comunione con gatti e alberi, e su richiesta si compiono cerimonie funebri per animali scomparsi e rimpianti.

I fondatori Annamaria Gyoetsu Epifania e Guglielmo Doryu, sono monaci zen sotu, impegnati anche nel sociale e in un progetto che promuove le diversità religiose nelle scuole. Alla protezione delle altre specie, nel giardino pieno di gelsomini e piante esotiche, con tanto di laghetto abitato da pesci di ogni colore, dedicano particolare cura. Sia in nome delle vite precedenti del Buddha che fu uccellino, scimmia, cervo bianco, sia perché salvarli, liberarli dalla prigionia, accudirli, aiuta il nostro percorso.

Tuttavia, al contrario di quello tibetano, il buddismo zen giapponese non prevede l’accumulo di meriti. Un giorno Annamaria e Guglielmo ricevettero la visita di un amico lama, il cui fratello, gravemente malato, si era ridotto quasi in agonia. Il lama, convinto che restituire la libertà a creature destinate alla gabbia o alla morte significasse creare una causa propizia, aveva organizzato in India l’acquisto di un camion colmo di pesce ancora vivo, diretto al mercato. Il veicolo girò intorno a uno stupa, tradizionale monumento funerario, quindi andò a restituire il carico alle acque. Di lì a poco il fratello superò la crisi e guarì.

Al centro Anshin non si fa per ottenere qualcosa in cambio, tuttavia durante alcuni canti passano anatre e cani. E si dice che una certa gatta partecipi concentratissima alla stessa meditazione, adagiata fra due cuscini, con la fronte sempre rivolta alla parete

Emanuela Troiani, grafica, incontra la lupa Keya vagante per le vie di Roma sotto un diluvio nel 1998. E’ in affitto, il proprietario non vuole cani e di lì a poco le due si trasferiscono a Torvajanica. Keya è bella, ha una cucciolata, poi nel 2002 noduli alle mammelle suggeriscono la sterilizzazione.

L’intervento dura misteriosamente 4 ore. Quando le porte della sala si aprono, Emanuela la trova ancora addormentata e avvolta in un lenzuolo, e così viene invitata a portarla via, con la spiegazione che a causa di certe aderenze l’intervento è stato difficile. Il risveglio avviene solo a notte fonda. Tre giorni dopo la schiena di Keya si squarcia dalle scapole alla coda, come scoperchiata da una spaventosa ustione. Sarà un capace veterinario di Nettuno a ipotizzare un danno causato dalle prolungate sollecitazioni termiche della sfortunata operazione, rimediabile in buona parte con un intervento plastico, che richiede tuttavia tre anni di preparativi.

Per affrontare il bisturi, la pelle di Keya deve cicatrizzare a sufficienza; perciò Emanuela inizia a manovrare garze e magliette con lo scopo di alleviare in ogni modo possibile il disagio della malata. Raffinandosi sempre più, tanto da arrivare a brevettare, assieme a un’amica esperta in tessuti tecnici, uno speciale cappottino con marchio depositato, il Coprimedicazione MediPet (a breve in commercio, parte degli introiti andranno all’Oasi degli Animalisti Italiani e all’associazione Antari) di colore verde, con la scritta “animale ferito” per avvisare i passanti. Vari i tipi; da addome per le sterilizzazioni, antibatterico, antidecubito. Ciascuno porta il nome di un cane. Ovvio che il modello dorso si chiami Keya.