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Pascarella e il leccio

By margherita, May 16, 2008 1:57 am

Una sera di fine agosto 1924, in casa di amici, il poeta Cesare Pascarella guarda dalla finestra e scorge un leccio. Lo indica agli altri: “L’elce, o leccio che dir si voglia: l’albero più bello che ci sia. Shelley l’ha chiamato l’albero degli antenati. S’incomincia allora a discorrere di arbusti, ciascuno ha un’opinione, ma quella di Pascarella è ferma. Spiega come, a proprio giudizio, la quercia classica sia troppo solenne, il cipresso troppo lugubre, il pino e il salice troppo piangenti. Mentre il leccio, con quelle sue foglioline che ricordano l’ulivo, ha unito alla possanza della quercia una certa grazia molto simile a quella che i greci hanno saputo infondere alle loro statue virili. Anche nel cortile della casa dov’egli abita c’è un leccio, che per l’appunto lui stesso ha piantato.

“Sapete com’è andata? Quando abitavo con i miei genitori in Via Laurina, avevo una terrazza piena di fiori e per alimentarli facevo portare ogni tanto del terrapieno dalla campagna,” racconta Pascarella, che era nato nel 1858. “Fu così che un giorno vidi spuntare in una cassetta un germoglio nuovo.” Per curiosità, il futuro poeta lo tira fuori e si accorge che ha origine da una ghianda. Lo sistema dunque con cura a parte, più in là. Quando la pianta inizia a crescere sul serio, la trasferisce in un vaso grande.

“E poi, quando cambiasti abitazione?” s’informa uno dei convitati. “Capitò in effetti che dovemmo lasciare quell’appartamento,” conferma Pascarella “ma il leccio me lo portai dietro.  Lo piantai nel cortile del casamento nuovo e c’è ancora. Arriva già al secondo piano. Il guaio è che adesso prevedo la sua esistenza in pericolo. Il cortile è piccolo, lui per cercare il sole si alza, così toglie aria e luce agli inquilini. Più di tutti lo odiano le domestiche, che non possono intavolare da finestra a finestra le loro chiacchiere. Ma finché sarò vivo camperà anche lui: io lo proteggo”.

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