Corre voce che l’iniziativa degli abitanti del Flaminio, 15 minuti di buio nelle case ogni giovedì alle 21 per incominciare, in attesa di garanzie assolute sulla salvezza dei platani del quartiere, stia per estendersi a tutta Roma.

Troppe risposte sono infatti attese da comitati, associazioni, cittadini che assistono impotenti a sistematici massacri. Poiché, se le braccia degli alberi si stendono verso il cielo, il pensiero del mondo progredito si allarga nella rivoluzione verde, le idee della nostra giunta affondano nei parcheggi interrati e calano fuori tempo e logica su rami carichi di foglie e nidi.

Come non bastassero gli abbattimenti dell’ultimo periodo, più di 1.500, un allegato relativo agli interventi prioritari dell’ordinanza 129 del 27 novembre scorso, redatta dal Sindaco, apre la via a un disegno che porterebbe alla distruzione di uno straordinario numero di platani. Lungotevere Arnaldo da Brescia, Viale del Vignola, Piazza Gentile da Fabriano, sono alcuni dei siti che dovrebbero accogliere la modernità secondo il Campidoglio: più automobili in centro e a morte gli alberi.

Anziché immaginare una viabilità migliore affidata ai mezzi pubblici e realizzare altrove gli indispensabili parcheggi, in modo da preservare il patrimonio verde secolare già presente (peraltro protetto dall’UNESCO) si pensa di eliminare i nostri alberi più diffusi, magnifici e antichi.
Se anche i platani non fossero tagliati, ma si scavasse sotto le radici, la loro sorte non cambierebbe. La fine arriverebbe lenta. Non a caso, da un anno si tenta di impedire che una condotta Acea uccida patriarchi che hanno attraversato mezzo millennio e potrebbero raggiungere i nostri pronipoti.

Ma non conta, per gli amministratori, che i platani portino ombra e ossigeno. Né che i cittadini esprimano il loro dissenso. A Ostia, in Via dei Misenati, di fronte a uno sterminio di alberi la gente si è disperata, ha supplicato ed è stata ignorata.

Parliamo di ecologia, di persone, di fruibilità. Parliamo del recente bando per creare punti di ristoro in una settantina di parchi e aree verdi della Capitale. Forse il Sindaco non ha percezione che di questo passo i parchi, tutti in condizioni vergognose, e le aree verdi non saranno più tali. Se l’impresa funziona, certo, potrà trovare facilmente un panino.

Il 19 aprile, con sgomento dei cittadini, i lavori di pedonalizzazione di Piazza Anco Marzio e strade limitrofe di Ostia realizzati dall’Atac cambiano volto. In una sola giornata infatti, senza permessi né preavvisi, in via dei Misenati una squadra di operai abbatte dieci fra platani e pioppi. Alberi piantati subito dopo la Guerra. La gente, salvo alcuni negozianti, protesta e si dispera. C’è qualche tafferuglio. La spiegazione è che gli esemplari verranno sostituiti con palme nane.

Ignorando le proteste di singoli, dei Verdi, del Comitato Paranzella, il Consiglio Municipale si riunisce e ribadisce la propria approvazione. Una settimana dopo, cadono altri sei alberi. Poiché qualcuno insinua che le piante siano malate, dalla Regione si ottiene una sospensione dei tagli finché l’assessore all’agricoltura del XIII Municipio non si esprima riguardo al loro stato di salute. Da circolare ministeriale, infatti, gli abbattimenti riguardano solo i soggetti affetti da cancro colorato. Sia l’assessore che il servizio fitosanitario della Regione dichiarano gli alberi perlopiù sani, e nessuno colpito da cancro colorato. Il giorno dopo, tutti i platani rimanenti vengono eliminati. Al loro posto, nei mesi a seguire, non compare alcuna palma nana, piuttosto fioriere di cemento.

Nei giorni scorsi, la Commissioni Ambiente del XIII Municipio comunica ufficialmente e all’unanimità l’intenzione di ripiantare platani in via dei Misenati. Comitato Paranzella e cittadini avrebbero alcune domande: perché? Chi pagherà? Avverrà una regolare gara d’appalto fra i vivai? Quanti anni occorreranno perché gli alberi nuovi portino a via dei Misenati l’ombra di quelli inspiegabilmente tolti?

Sono preoccupati i membri del Comitato cittadino Parco della Vittoria di Ostia, attivo per la tutela di un luogo pubblico custode di 150 pini marittimi e dell’ultima duna del litorale, considerata monumento.

Quando, nel 2004, il Comune di Roma annunciò che il parco sarebbe stato trasformato in “punto verde qualità”, concedendo licenza di costruire un edificio alto 8 metri alla società La Duna – già gestore dell’adiacente ludoteca Chiqui Park, la più grande d’Europa – che in cambio avrebbe curato giardino e alberi, la gente si ribellò. Il Comitato raccolse 5.000 firme, inclusa quella di un soldato in partenza per l’Iraq che si precipitò con l’uniforme indosso.

Seguì un referendum e si giunse a un progetto condiviso da Amministrazione, cittadini e concessionario, che consisteva in una costruzione di 4 metri su una zona degradata adiacente, senza abbattere nemmeno un pino, destinata non più a centro commerciale e ristori, ma a centro benessere. Per 4 anni, silenzio. Nessuno pulisce il parco; La Duna si occupa solo di tagliare l’erba, il Comitato raccoglie da sé l’immondizia.

Frattanto, Ostia è priva di una zona in cui sciogliere i cani. Lì nel 2007 si ottengono 3.000 metri recintati senza fontana né panchine, che il Comitato attrezza e tiene puliti in modo impeccabile. Giorni fa il concessionario inizia a transennare tutto il giardino; sgravato, si scopre, dall’onere di mantenere un “parco attrezzato” ora denominato “parco di campagna”, pur trovandosi in città. Si parla di un nuovo progetto.

Intanto al Municipio indicano la necessità di restringere l’area cani a 1.500 metri da parametri dell’Ufficio diritti animali che, interpellato dal Comitato, nega decisamente.