Stamattina a Roma, vicino al Colosseo, è morto un altro cavallo delle botticelle. Per schivare un furgone è caduto e si è rotto una gamba. E’ rimasto ore sull’asfalto, poi è stata necessaria l’eutanasia.

I vetturini hanno dato il peggio di sé, pretendendo a un certo punto di imbracarlo e spostarlo con ulteriori sofferenze allo scopo di non mostrarne la morte in pubblico. Non si può dire che per persuaderli sia bastato far leva sui buoni sentimenti. Ostili, maleducati, non hanno fatto che offendere, insultare, spintonare.

Accantonate le speranze di avere un interlocutore valido nel Comune, d’ora in avanti ci risparmieremo se non altro la fatica dei convenevoli. Sono cinque mesi che percorriamo ogni possibile via di dialogo e in cambio contiamo quattro gravi incidenti, di cui due mortali.

Alemanno, muto per tutto questo tempo, si è esibito in una panzana buona per la stampa. In risposta all’odierno intervento della Martini, sottosegretario che sta dimostrando competenza in materia di animali e oggi e in passato si è espressa con disapprovazione sulle botticelle, il Sindaco ha detto di aver ricevuto verifica dall’Unire che le botticelle sono a posto.

Ora, fate bene attenzione. L’Unire è un ente BUROCRATICO. Non dispone di alcun servizio veterinario diagnostico, né curativo, né tantomeno di un ufficio che si occupi di tutela del cavallo. Ha semplicemente un laboratorio antidoping, e pure molto discusso. Perciò che l’Unire approvi le condizioni delle botticelle NON HA ALCUN VALORE. Lo stesso fatto che Alemanno abbia chiesto un parere all’Unire è arbitrario. Se l’ha fatto è solo perché da Ministro delle Politiche Agricole e Forestali ha governato l’Unire per molti anni e lì ha sistemato come segretario generale il suo braccio destro Franco Panzironi (oggi amministratore delegato dell’Ama) allontanato dall’ente nel 2007 senza applausi, ma con pendenze legali. Nessun fiore all’occhiello dunque, nessuna limpidezza. E comunque l’affermazione di Alemanno è di una falsità offensiva.

Abbiamo investito qualche mese, in buona fede, nel valutare se vi fossero possibilità d’intesa. Sarebbe stato bello incontrare un po’ d’intelligenza. Così non è stato. Piangiamo i cavalli. Altri rimpiangeranno l’occasione.

Proprietà francese, appannaggio del liceo privato Chateaubriand dal 1957, per noi cittadini Villa Strohl Fern è accessibile due domeniche al mese, partecipando alle visite organizzate dal Comune. Entrando dalle pendici di Villa Borghese, si viene subito condotti allo studio che fu del pittore Francesco Trombadori, custodito prima dal figlio Antonello, oggi dalla secondogenita Donatella, sapiente depositaria di opere e documenti. Ma fuori di lì, le parole della guida diventano le uniche conferme di una memoria di cui solo con estremo sforzo si ravvisa traccia.

Trasformati in aule o gabinetti, gli studi dove innumerevoli personalità italiane e straniere – da Maurice Sterne e Rainer Maria Rilke a Carlo Levi e Ludovico Bragaglia – vissero e lavorarono, di fatto non esistono più. Stretti in un cantiere dalla settimana scorsa, gli ultimi alloggi originari sono già stati spogliati dei lucernai. Le sculture di Lorenzo Guerrini, estromesse su un prato.
Più fiero dell’accordo firmato da Veltroni nel 2005, per formalizzare la presenza del liceo fino allora irregolare e caricare Roma di soli oneri, il no della vedova del pittore Giuseppe Ciotti, esortata a traslocare in una torretta. Prossima ai 103 anni, la signora Ida si è rifiutata di sgombrare l’ultimo studio intatto, assegnato al marito nel 1926, appellandosi alla nostra Costituzione.

A oggi, non si conoscono le esatte ragioni per cui l’artista e mecenate alsaziano Alfred Wilhelm Strohl Fern, prossimo alla morte, destinò così lo straordinario possedimento. Unico legame conosciuto con la Francia la vicinanza, quando era anziano e malato, dello scultore Denis Puech. Allora direttore di Villa Medici, questi ispirò fiducia al gentiluomo, che redasse per mano dell’amministratore Antoine Ponchet un testamento non olografo, vincolando il lascito all’impegno di rispettarne fisionomia e valore. Subito dopo la scomparsa di Strohl Fern, nel 1927, Ponchet si trasferì nel suo palazzo, ereditandone governanti e effetti personali. In cambio Puech realizzò per il donatore una tomba nel cimitero acattolico, detto degli Inglesi, ponendola fra quelle degli uomini illustri.

La Villa fu certo un magnifico regalo, di cui oggi non si trovano che sofferte vestigia. Cartacce e sterpaglie accompagnano i sentieri e avvolgono il fusto d’albero in cemento che Strohl Fern aveva nascosto scherzosamente nella vegetazione. D’indole solitaria, egli viveva nel palazzetto occupato dal corpo centrale della scuola, allora protetto da cancelli e vegliato da grandi cani. Fra quelle mura, sotto lo stemma con serpente e saetta e il motto “Eclair ne broye” (fulmine non fulmini), aveva allestito dodici studi destinati ai suoi amici, fra i quali il pittore e scultore russo Ilya Repin, che gli dedicò un famoso ritratto. 28 erano poi gli studi esterni, sparsi nel parco, che affittava a cifre simboliche. Gli alloggi furono divisi internamente, fino ad arrivare a 100, con l’esproprio del 1940. Durante la Guerra, il Comune rispettò la destinazione iniziale e li aprì ad artisti sfollati. In quel periodo i giovanotti s’intrufolavano nella Villa per spiare, arrampicati sugli alberi, le modelle che posavano nude. Sotto la portineria d’ingresso una botola conduceva al ninfeo romano, dove furono nascosti documenti, provviste, persone.

Varcato quello che fu il Tunnel delle Rose, abbattuto dalle pallonate degli scolari e rimesso in piedi alla meglio, ancora si erge uno dei più spettacolari canneti di bambù d’Europa, prossimo a soffocare sotto una coltre di sterpi e foglie secche. Qui davanti sono stati rasi al suolo antichi platani in favore del polveroso campo di calcio dei ragazzi. Cementate al suolo, due colonne romane fungono da sedili. Un’altra, spaccata in due, introduce all’area giochi delle materne.
In un differente stato d’animo, il cartello “Jardin pedagogique” farebbe persino ridere, guardando l’orticello didattico realizzato fra i tronchi dei pini secolari tagliati nel 2004 e seguiti da altri pochi mesi fa. Oltre, una rete separa la scuola dal resto dei 9 ettari della Villa, che in stato di abbandono scende verso via di Valle Giulia. Laggiù resistono un leccio del 1600 e le rovine della casa di Rilke, fra il cantiere italiano aperto dopo il crollo di una falesia e le reti che dall’altra parte, al confine con Villa Ruffo, schiacciano i pochi platani scampati.

Sparite le enormi acacie, del filare di brussonezie è rimasto un solo esemplare. Era già qui, quest’albero, quando Arturo Martini scolpiva la sua Donna al Sole. Chissà quante volte, sotto le sue fronde, passò Ercole Drei, intento a realizzare la stele Il lavoro dei campi, all’Eur dal 1962. Se il pittore dalmata Giuseppe Lallich curava di persona un giardinetto di fiori di ogni colore, consistenza e profumo, con le proprie mani Renato Brozzi, orafo di D’Annunzio, nel 1919 decorò il sepolcro dell’amico Umberto Moggioli morto di febbre spagnola.

Qualche notte fa, come avrete letto o sentito, a Roma una botticella è stata investita con violenza da un’automobile. Il vetturino è finito in ospedale e il cavallo è morto, dopo un’agonia di tre ore sulla strada poiché non si riusciva a trovare un veterinario che gli praticasse l’eutanasia. Il fatto stesso che il lugubre incidente sia avvenuto a tarda sera è riprova del fatto che i postiglioni non rispettano gli orari di lavoro previsti, né le altre, poche regole cui dovrebbero attenersi.

A seguito dell’episodio, ma soprattutto per le ragioni di cui già ho scritto (questi cavalli concludono sempre l’ingrata carriera al macello, dopo anni di stenti in mezzo al traffico capitolino, attaccati a una carrozza troppo pesante e carica per la loro costrituzione di trottatori e alloggiati nel buio e sporco ex-Mattatoio) l’Enpa, Italia Nostra, il Comitato per il Verde Urbano, l’Oipa, hanno lanciato un appello al sindaco Alemanno affinché il servizio venga dismesso e le licenze dei vetturini, che sfilano ai turisti fino a 250 euro senza fattura per una corsa, siano tramutate in licenze di taxi. In alternativa, si potrebbe pensare di far circolare i cavalli, diversamente tutelati, solo all’interno dei parchi storici della città. Soluzione niente affatto gradita ai vetturini, peraltro, che non potrebbero più contare sui soliti, discutibili guadagni.

In risposta, l’assessore De Lillo, neo addetto alla protezione degli animali e della natura, ha dichiarato che le botticelle non si toccano, in quanto simbolo di Roma. Come se l’immagine della Città Eterna dovesse puntare su simili, anacronistiche e trogloditiche usanze. A tale ostentazione di chiusura tuttavia, proprio in  queste ore, la gente sta replicando con un gran numero di e-mail ai giornali e al Comune, nel fermo desiderio di assistere a una svolta civile. Se le associazioni si sono offerte di varare una campagna per garantire la pensione agli ultimi 90 cavalli capitolini, dal Sindaco ci si aspetterebbe un intervento sui vetturini, offrendo loro una diversa professionalità.

Affinché tale preghiera rimanga viva, esorto voi tutti a esprimere il vostro desiderio di non vedere più animali sofferenti e sfruttati per le vie dell’Urbe, sia ai quotidiani, che allo stesso Comune di Roma: http://www.comune.roma.it.

Benché si trattasse di un commercio criminoso, del tutto estraneo all’ufficialità, la scoperta di scorie tossiche spedite da Roma nelle mani di bambini etiopi ci si è rivelata proprio mentre, nei giorni scorsi, la Capitale ospitava il vertice mondiale della Fao sulle emergenze alimentari. Quasi fosse una precisa metafora del cinismo praticato da questo Occidente pingue e avido su popoli che ancora, e duramente, soffrono la fame. Sarebbe tuttavia un’interpretazione assai riduttiva, sia nei riguardi delle numerose istituzioni, organizzazioni non governative e onlus che profondono impegno e risorse spesso straordinari in aiuto dei paesi in difficoltà. Sia rispetto alle infinite forme di sfruttamento, legale e illegale, che la nostra società esercita su simili regioni del pianeta, prima fra tutte l’Africa subsahariana.

I beni altrui, cui si è sempre attinto con disinvoltura, non sono solo costituiti da giacimenti di diamanti e petrolio, ma anche da esseri umani. Nella stessa Addis Abeba, che fu per noi ingloriosa terra di conquista, in alternativa alla lavorazione di materiali pericolosi, l’infanzia in miseria propone quel che viene definito survival sex: a ogni effetto prostituzione, praticata da migliaia di bambini e bambine al solo scopo di sopravvivere. E’ un pensiero che, com’è ovvio, ci fa rabbrividire. Se non fosse che di quella sterminata indigenza è in parte responsabile il nostro modo di vivere, di consumare, di riporre ogni fiducia possibile nei discutibili suggerimenti dell’industria. Vedi quello, frequente, di interpretare gli aiuti legati alla cooperazione internazionale come finanziamento delle nostre attività in trasferta, anziché sostegno allo sviluppo di quelle locali. O la produzione e vendita di armi, che ottimamente favoriscono guerra e instabilità. O il nostro mercato alimentare, che per nutrire con il sistema intensivo un’abnorme quantità di animali a esclusivo utilizzo del Nord ricco del globo (nel Dopoguerra un italiano mangiava 18 chili di carne l’anno, oggi più di 85) impiega montagne di cereali e granaglie sufficienti in sé a sfamare l’intero cosiddetto terzo mondo.

Quando Peter Pan, protagonista del famoso romanzo di James Matthew Barrie, vola via dalla finestra di casa e atterra nel bel mezzo dei londinesi Giardini di Kensington, è già passata l’ora della chiusura. Tant’è che oltre a scambiare opinioni con il corvo Salomone, le anatre e gli uccelli che costruiranno l’imbarcazione per navigare sulla Serpentina, egli incontra subito un mucchio di fate, in aggiunta ai lancieri della Regina Mab intenti a mantenere l’ordine.

Se Peter Pan fosse nato a Roma e gli venisse in mente di planare a Villa Borghese, non potrebbe farlo quando i cancelli sono chiusi, poiché tale usanza non esiste più. Né all’interno del parco capitolino circolano addetti alla vigilanza, lasciandolo terra di nessuno. Per nascondersi dietro i fiori, Peter dovrebbe fare estrema attenzione a non sprofondare in deiezioni, distribuite in giro non da fatine, ma da gente che nella Villa bivacca. Al Giardino del Lago egli non troverebbe volatili disposti alla conversazione, poiché i superstiti sono evidentemente spaventati. Forse dal fatto che anatre, oche e cigni spariscono a frotte per divenire, assai verosimilmente, pasto di avventurieri. Simile sorte si ipotizza per i membri di due colonie feline, di colpo decimate. Né Peter incoraggerebbe i tordi a fabbricare un battello a forma di nido, dato che il Tempio di Esculapio è accampamento fra i meno raccomandabili.

Se il prato artificiale dell’ovale di Piazza di Siena protegge un campo tecnico da salto ostacoli in sabbia, realizzato perché il Comune non riusciva a garantire un fondo erboso all’altezza del Concorso Ippico Internazionale che vi si svolge ogni anno, di questi tempi tutta la zona intorno all’arena è chiusa per consentire l’accesso a camion devastatori, carichi delle attrezzature necessarie a tirar su, per l’evento equestre, un baraccone spropositato. Un tempo, oltre alle tribune lo Csio offriva biglietti popolari sul prato e le gradinate sotto il celebre orologio, zona occupata oggi solo dai tendoni degli sponsor. Non ci si stupisca poi per lo scarso afflusso di pubblico. Anche il Pincio intanto è chiuso, e lo rimarrà per anni, per permettere la costruzione di un enorme parcheggio sotterraneo.

Ovunque, nel parco che ci rimane, gli alberi sono devastati da potature mal eseguite e nei prati scorticati affiorano le reti in nylon delle zolle preconfezionate, in cui uccelli, cani, persone e fate s’impigliano con facilità.

Roma ha un nuovo sindaco, Gianni Alemanno, che dovrà affrontare emergenze complesse e prestare ascolto a innumerevoli segnalazioni. Nel desiderio di dar voce a chi non ne ha affatto, ovvero gli animali, non sono pochi i punti da ricordare, dallo scandaloso Bioparco, ai canili, alla scomparsa di una quantità stupefacente di cani e gatti: avremo modo di parlarne. Ma c’è una questione, trascurata persino dalle migliori associazioni animaliste, che una volta per tutte dovrebbe essere risolta. Riguarda i cavalli condannati a morte che lungo le vie del centro cittadino trascinano le cosiddette botticelle, ovvero le carrozze utilizzate da qualche turista per un giro panoramico. Ebbene, tale simbolo dell’accoglienza capitolina è nella sostanza assai sinistro. Difatti gli equini in questione sono perlopiù trottatori dismessi, acquistati dai vetturini sulla via del macello, sfruttati poi per tutti gli anni disponibili, infine rivenduti al mattatoio per poter comprare un nuovo esemplare con il ricavato della loro carne. Le vetture cui vengono attaccati sono obsolete e pesantissime, concepite in origine per cavalli da tiro, ben più robusti degli odierni trotter, i quali si ritrovano inoltre a faticare in mezzo a traffico, inquinamento e confusione che una volta non esistevano. Alloggiati dal Comune nell’ex-Mattatoio, godono di ricoveri bui, umidi, adiacenti al fracasso del Villaggio Globale, circondati dagli accampamenti dei senzatetto in una landa di siringhe e sporcizia, privi della possibilità di trascorrere un singolo minuto della vita liberi in un recinto all’aria aperta. I vetturini hanno il divieto di trottare e l’obbligo di concedere agli animali pause di quiete e ombra, ma se ne infischiano. E i vigili rimangono inerti, sostenendo di non poter multare le botticelle poiché dotate di targhe anomale.

Negli anni 90, in seguito all’uscita del film “Nestore, l’ultima corsa” girato in toni commossi sull’argomento da Alberto Sordi, l’allora sindaco Francesco Rutelli promise ufficialmente che avrebbe perlomeno provveduto a realizzare un pensionato per i quadrupedi capitolini, a conclusione della loro grama attività. Sordi morì, Rutelli dimenticò. Qualche stagione dopo, fu il Sindaco di Valmontone a recuperare il progetto, raccogliendo lodi. Ma trovò più economico ospitare i cavalli anziani in un’area incustodita, cosicché i primi arrivati furono portati via dai mercanti clandestini di carne e l’iniziativa naufragò.

La verità è che da parte di una città civile, di una grande capitale, di un sindaco illuminato, ci si aspetterebbe di veder dismettere un servizio anacronistico, che non offre buona pubblicità a nessuno. Quale immagine di Roma può riflettersi in quei cavalli stanchi, sudati, magri, malandati e sofferenti, che ansimano fra i fumi delle automobili? I vetturini di ruolo oggi sono circa 43, alcuni così anziani che non potrebbero nemmeno esercitare il mestiere di autisti. Le loro licenze si tramandano di padre in figlio e con ogni probabilità verrebbe accolta con favore l’ipotesi di vederle trasformate in autorizzazioni professionali differenti e più moderne. I cavalli in servizio sono più o meno 80. Con l’aiuto delle istituzioni, del Dipartimento per la Tutela del Cavallo della Federazione Italiana Sport Equestri e delle associazioni animaliste, non sarebbe difficile trovare per loro un luogo protetto dove trascorrere in pace la vecchiaia. E poi, basta.

Con una semplice delibera, il nuovo sindaco potrebbe ottenere che non circolino più condannati a morte attaccati ai carri, per le vie della nostra Capitale.

Il rilievo, l’accento che i media attribuiscono a questa o quella notizia, ha un ruolo tutt’altro che secondario riguardo la divulgazione della medesima. Il clamore, la reiterazione, la prima pagina, non mancano di attrarre la nostra attenzione. Non sempre, tuttavia, quanto ci viene ripetuto con insistenza è il nocciolo della questione, o l’unico punto. A guardar bene, notiamo quanto spesso certe informazioni importanti vengano riportate sottovoce, mentre altre sono addirittura taciute.

Vi faccio un esempio che non vuole certo stabilire una graduatoria di gravità e orrore. Però: abbiamo tutti letto o ascoltato la terribile disavventura della ragazza africana stuprata e accoltellata a Roma, in zona La Storta, la notte fra il 17 e il 18 aprile. In tempi di ballottaggio politico fra i due candidati sindaco della Capitale, la sinistra aggressione ha rilanciato a tinte forti il dibattito sull’insicurezza e l’immigrazione clandestina. Una questione grave e pressante, che tuttavia, com’è ovvio, va affrontata con calma e fermezza alle radici, con un sostanziale lavoro sul territorio, sull’applicazione delle leggi, su cultura e coscienza (molto interessanti, a tale proposito, le riflessioni proposte dall’Archivio Disarmo). Non certo alzando i toni a volume pubblicitario.

A scorrere i giornali di qualche settimana addietro, per dirne una, troviamo riportato in sordina un episodio, sempre romano, che non ha nulla da invidiare a quello de La Storta. Solo, si è verificato in un momento in cui non era particolarmente utile a nessuno sottolinearlo. Non tutti, infatti, avrete presente che il pomeriggio di Pasqua due ragazzi indiani si sono persi in zona Portuense e hanno avuto la sfortuna di incontrare un gruppetto di romeni armati di coltelli, che li hanno costretti a seguirli in una baracca. Qui, dopo averli percossi a sangue con spranghe di ferro e derubati di denaro e telefoni cellulari, per tutta la notte li hanno violentati e costretti a compiere atti sessuali, divertendosi nel frattempo a seviziarli con scosse elettriche, grazie a un allaccio della corrente ottenuto manomettendo una cabina dell’Acea. Al mattino, rilasciandoli pesti e sanguinanti, li hanno minacciati di morte se avessero riferito l’accaduto a qualcuno. Gli indiani, coraggiosi, si sono invece recati al comando dei Carabinieri di Ostia, che hanno catturato i torturatori, sul momento rinchiusi nel carcere di Regina Coeli. Poi chissà.