E’ la mattina del 30 agosto, una colf filippina si dirige in testa al binario 17 della Stazione Termini, stretta nella morsa del rientro. Nella gabbia che ha con sé c’è Eva, la gatta della signora per cui lavora. Quest’ultima, prolungato un soggiorno a Treviso, le ha chiesto di raggiungerla con la micia. Ma la domestica ha chiuso male il trasporto, che a un malaugurato momento si apre ed Eva spaventata salta giù. Vedendola sparire sotto il treno fermo, la donna chiama Treviso. Di lì, disperata, la padrona telefona alla cugina Ivetta Leone, che sta a Roma e ha cresciuto Eva nei primi tre mesi di vita.

In un lampo Ivetta è a Termini e si precipita alla Polizia Ferroviaria. Trovando disponibilità, chiede che venga fatto un annuncio con l’altoparlante; se esiste infatti una possibilità di ritrovare la gatta in mezzo alla confusione, è che qualcuno la avvisti subito. Gli agenti acconsentono, ma l’ultima decisione spetta al responsabile degli annunci di Trenitalia. Questi, nella costernazione generale, rifiuta perché “annunci del genere non sono previsti”.

Passano le ore, la preghiera viene ripetuta, ma la risposta è sempre no. Vietato anche affiggere cartelli; malgrado il passaparola Eva è perduta. Il giorno seguente la stazione è in mano ai tifosi del Napoli. Ogni sera, da allora, Ivetta e i suoi amici percorrono i binari chiamando la micia, che ha 7 anni, dorso e coda neri, zampe bianche, muso macchiato irregolarmente di bianco e nero. Purtroppo è tardi, ma dato che Trenitalia è pronta a chiedere continua comprensione ai viaggiatori per gravi ritardi e disservizi, ma non a concederne, un modestissimo tentativo facciamolo qui: se qualcuno vedesse Eva può avvisare il 346.8291100.

   La mia amica Sabrina è una bella e giovane signora reduce da un intervento chirurgico, i cui postumi le causano qualche apprensione. Dato che ha un’attività in Toscana, appena le è consentito muoversi – ma non guidare – decide di tornare al lavoro. L’aspetto è buono, ma alla Stazione Termini, salendo sul treno che ha preso tante altre volte, prova un po’ di inquietudine. La banchina è dominata da un personaggio che tuttavia non ha mai incontrato prima: Sergio, vigoroso capotreno sessantenne, oriundo di Castro Pretorio, capelli bianchi sciolti sulle spalle. Issata a bordo, non richiesto, la borsa di Sabrina, le ordina: “Anima bella, tu aspettami qui”. Dopo il suo fischio il convoglio parte e Sergio le offre una caramella: “Senti com’è buona, viene da Calalzo. Lo sai dov’è?” “Vicino Cortina,” risponde lei. “Bravissima! E ora vieni con me”. Sabrina obbedisce, perché ha una strana sensazione. E’ come se quell’uomo sapesse. Lo segue dunque nella carrozza riservata al personale, dov’è presentata a tutti. Le viene quindi offerto un caffè, poi Sergio dice: “Andiamo a controllare i biglietti, ti mostro come funziona”. Con meraviglia di Sabrina, in ogni carrozza il capotreno viene accolto da saluti e feste. “Ciao Sergio! Buongiorno Sergio!” La maggior parte dei passeggeri, molti pendolari, lo conosce, e lui conosce loro. “Sergio, ho dimenticato l’abbonamento a casa,” si scusa una signora. “Va bene, lo so che ce l’hai.” E a Sabrina: “In quarant’anni di servizio – in autunno vado in pensione – ho fatto una multa. Riconosco la malafede”. Quando Sabrina scende, Sergio le chiede il numero di telefono. Lo userà una volta sola, la sera stessa, per verificare che sia arrivata serenamente a destinazione.